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Marilyn Monroe 100, gli scatti di una vita tra mito e solitudine

Sono 275 le fotografie contenute in un prezioso e costoso volume di immagini scattate a Marilyn da 17 grandi fotografi: una fama straordinaria. 29 film, l'ultimo non uscì mai
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Sono 275 le fotografie contenute in un prezioso e costoso volume di immagini scattate a Marilyn Monroe da 17 grandi fotografi (da Cecil Beaton a Milton Greene, da Henri Cartier-Bresson a Richard Avedon), alcuni vicini all’attrice da quando era ancora Norma Jean, suo nome anagrafico. Fino all’ultimo servizio prima della morte, la notte tra il 4 e il 5 agosto ’62, a 36 anni. Un libro – Marilyn Monroe 100 – realizzato in occasione del centenario della nascita dell’attrice (1 giugno ’26 al County Hospital di Los Angeles) dalla Marilyn Monroe Estate, l’agenzia immobiliare ‘luxury’ che oggi mette in vendita la villa dell’attrice a Palm Springs, California. Il proprietario Nick Adler, a capo della M Star Studios l’aveva comprata nel 2020. Oggi la vende a quasi il doppio (3 milioni e 300mila dollari).

Soprannominata Marilyn Monroe Doll House, la villa, riconoscibile dall’esterno per la cassetta della posta color rosa, è affacciata sul deserto ed è stata progettata da Charles DuBois nel ’61. Marilyn, però, che è stata registrata nel corso della sua vita in almeno 70 indirizzi, non morì in quel lussuoso cofanetto, ma nel quartiere di Brentwood a Los Angeles, dove viveva in una solitudine rotta solo dalla presenza della governante Eunice Murray, scrittrice e arredatrice d’interni, nonché sua intima amica.

Il mito dell’american way of life, germogliato negli Usa proprio intorno al ’26, non s’era certo concretizzato per la madre della futura Marilyn, ovvero Gladys Pearl Monroe (1902-1984), donna schizofrenica dai molti incontri con uomini spregevoli e altrettante violenze sessuali e con tre matrimoni andati a rotoli che lavorava come tagliatrice di negativi alla Consolidated Film Industries, un importante laboratorio cinematografico dell’area di Los Angeles. Il padre biologico di Marilyn, infatti, venne identificato solo nel 2022 con un test del DNA: pare fosse un certo Charles Stanley Gifford, anche lui dipendente della Consolidated. La bambina finì affidata a una famiglia adottiva a poche settimane dalla nascita. Tornò dalla vera madre solo nel settembre ’41.

Una vita borderline, quella di Marilyn, che comincia a normalizzarsi a 19 anni con il suo primo servizio fotografico, ancora come Norma Jeane Dougherty, per la rivista militare Yank, nel ’45, dove la si vede, con i capelli rossi, in una nota immagine, mentre mostra il montaggio di un’elica d’aereo nella fabbrica in cui lavorava. Fu Emmeline Snively direttrice della Blu Book Shool of Charm and Modeling, a trasformarla nella bionda ex ‘miss lanciafiamme’.

Il trampolino di lancio nel cinema nasce con una particina (Evie) in Dangerous Years (’47) di Arthur Pierson. Poi altri 29 film (pochi a causa della sua morte prematura), alcuni dei quali diretti da registi del calibro di John Huston, Joseph L. Mankiewicz, John Sturges, Fritz Lang, Howard Hawks, Henry Hathaway, Jean Negulesco, Billy Wilder, George Cukor e altri, con al fianco attori come Sterling Hayden, Bette Davis, Barbara Stanwyck, June Allyson, Cary Grant, Joseph Cotten, Jane Russell, Robert Mitchum, Tony Curtis e Jack Lemmon, Montgomery Clift, Clark Gable e persino Laurence Olivier. Il suo ultimo film, interrotto, Something’s Got to Give, è ancora di Cukor: durante le riprese Marylin venne licenziata (e sostituita da Lee Remick) perché troppo spesso assente dal set a causa delle sue condizioni di salute (in realtà una profonda depressione dovuta anche all’insopportabilità del proprio tormentante cliché di bionda svampita). Il film non uscì mai. Ma resta, immortale, la scena di lei che nuota nuda in piscina e divenne, come si direbbe oggi, ‘virale’.

Poco dopo Marilyn morì. Fu trovata nel suo letto dalla governante Eunice (che, secondo alcune fantasiose ipotesi sarebbe stata corrotta, chissà da chi, per praticarle un clistere al veleno). E qui si apre un buco nero. Il suo rapporto con i Kennedy, la Cia, i potenti politici, gli insider hollywoodiani, la mafia, i dubbi sul referto ufficiale dei medici legali che contiene una ‘probabile’ ingestione di barbiturici… o forse solo una donna esaurita, emotivamente instabile, farmacodipendente, che si è tolta la vita ingerendo una scatola di pillole. Ma, soprattutto, una donna sola.

E quella solitudine schiacciante, infatti, che può covare dietro una fama straordinaria (è successo a molti altri attori hollywoodiani, anche più recentemente…). Resta la foto, agghiacciante, del suo corpo steso sul lettino dell’obitorio, scattata da Leigh Wiener, fotografo freelance che collaborava a Life e riuscì a intrufolarsi alla Morgue offrendo – si racconta – bottiglie di alcolici agli addetti alla sicurezza: il piede di Marilyn con il cartellino nominativo legato alla caviglia e il suo viso struccato e scurito dai segni della morte. Meglio ricordarla in Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, dove la sua gonna bianca si solleva su una grata della metropolitana (in realtà poi rigirata in studio per motivi di audio, il che fece montare su tutte le furie l’allora marito Joe Di Maggio). Decine di documentari e biopic su di lei, Andy Warhol che l’ha trasformata in un’icona riproducibile come la Gioconda.

Oggi, per il suo centesimo anniversario, mostre e retrospettive in tutto il mondo.

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