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Tassare i ricchi per salvare il pianeta: perché disuguaglianze economiche e crisi climatica vanno affrontate insieme

Tra consumi vistosi - yacht, jet privati, turismo spaziale - e investimenti, l'1% più ricco produce quasi il 17% delle emissioni globali. Jørgen Randers e Till Kellerhoff in "Tassare i ricchi. Come farlo e perché" rilanciano la necessità di una tassazione progressiva sui grandi patrimoni, oltre che sulle eredità, come soluzione concreta per finanziare la transizione ecologica e rafforzare la coesione sociale
Tassare i ricchi per salvare il pianeta: perché disuguaglianze economiche e crisi climatica vanno affrontate insieme
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Undici minuti nello spazio. Tanto durano viaggi suborbitali come quello fatto da Richard Branson nel 2021 e quelli offerti dalla Blue Origin di Jeff Bezos, che ha provato l’esperienza in prima persona così come la moglie Lauren Sanchez. Tanto basta, secondo le stime citate da Jørgen Randers e Till Kellerhoff in Tassare i ricchi. Come farlo e perché (Edizioni Ambiente), per scaricare nell’atmosfera circa 300 tonnellate di CO2, 75 tonnellate a passeggero: quanto una persona appartenente al miliardo più povero del pianeta produce in un’intera vita. L’immagine ai limiti del grottesco del turismo spaziale per miliardari è un esempio estremo del perché la crisi climatica e quella delle disuguaglianze siano legate a doppio filo. E un’imposta sui grandi patrimoni, affiancata da un’equa imposizione sulle eredità, possa e debba essere parte della soluzione. Non esiste una transizione ecologica credibile senza redistribuzione della ricchezza, è il messaggio del pamphlet politico-ecologista, perché le emissioni non sono distribuite in modo uniforme ma concentrate ai vertici della piramide.

Randers, economista norvegese e professore emerito alla BI Norwegian Business School, è stato uno degli autori storici del rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo” del 1972. E Kellerhoff dirige i programmi dell’organizzazione fondata nel 1968 per cercare soluzioni alle sfide globali, tra cui il programma Earth for All avviato per tradurre in azioni concrete i contenuti dell’omonimo rapporto. Il libro si inserisce nella tradizione del Club e delle analisi sui “limiti planetari” della crescita, coniugandole con l’analisi critica nei confronti della politica economica neoliberista che dagli anni Ottanta “ha ridotto le tasse e deregolamentato il settore finanziario” con la conseguenza di allargare la disparità di reddito e di ricchezza nella maggior parte dei Paesi del mondo.

Gli argomenti non sono nuovi: si tratta di temi ormai consolidati nel lavoro di Thomas Piketty e del World Inequality Lab di cui è co-direttore, del Nobel Robert Stiglitz che ora coordina un gruppo di esperti indipendenti incaricato lo scorso anno dalla presidenza sudafricana del di stilare il primo rapporto sulle disuguaglianze globali – in base al quale è cruciale creare un “Ipcc della disuguaglianza” modellato sull’Intergovernmental panel on climate change – e di Gabriel Zucman, grande teorico di una tassa minima globale sui grandi patrimoni. Ma il pregio del libro è la capacità divulgativa con cui tiene insieme dati, informazioni sulla crisi climatica e risvolti per la politica fiscale.

L’analisi è costruita a partire dal caso della Germania, che gli autori usano come esempio della crescente concentrazione della ricchezza in Occidente. Nel Paese, ricordano Randers e Kellerhoff, il 10% più ricco possiede circa il 60% della ricchezza totale. L’1% controlla circa il 30% del patrimonio nazionale, in larga parte ereditato. Per rendere l’idea delle dimensioni della forbice sociale, gli autori calcolano che un lavoratore tedesco medio – con uno stipendio lordo mensile di circa 4.100 euro – per accumulare un miliardo di dollari dovrebbe lavorare per oltre 20mila anni senza spendere nulla. L’edizione italiana, curata da Gianfranco Bologna, prova però anche a tradurre questi numeri nel contesto nazionale. Anche in Italia il 10% più ricco detiene una quota di ricchezza analoga a quella tedesca, mentre il salario medio si aggira intorno ai 35.600 euro lordi annui, poco meno di 1.900 euro netti al mese. E il 63% delle grandi ricchezze deriva da eredità.

La stessa distanza si riscontra guardando a come sono ripartite le responsabilità delle emissioni globali di gas serra che stanno dietro il climate change. Il 10% più ricco della popolazione mondiale, ricordano gli autori, ne genera la metà. Mentre il 50% più povero contribuisce appena per il 12%. Ancora più in alto, l’1% più ricco – 77 milioni di persone – produce quasi il 17% delle emissioni globali. E lo 0,1% più ricco – 7,7 milioni – emette 70 volte la media mondiale. Una sproporzione che non deriva solo dai consumi vistosi – yacht, jet privati o turismo spaziale, appunto – ma soprattutto dagli investimenti. Gran parte delle fortune dei super ricchi continua a essere legata a settori ad alta intensità fossile e ad attività finanziarie che alimentano la crisi climatica.

Ecco perché molti economisti, come la premio Nobel Esther Duflo, ritengono sarebbe equo tassare di più i Paperoni per ottenere il gettito necessario alla transizione. Randers e Kellerhoff fanno propria la proposta di un’imposta sui grandi patrimoni, oltre che una tassazione progressiva sulle eredità e sui redditi più elevati. Quanto alla fattibilità politica e tecnica, gli autori spiegano che la condivisione di informazioni fiscali tra Paesi e una exit tax per chi trasferisce residenza e capitali all’estero per sottrarsi al fisco aiuterebbero a limitare l’elusione. Nell’ultima parte si discutono anche altri strumenti per finanziare i necessari investimenti pubblici in infrastrutture, tecnologia, prodotti e servizi per affrontare la crisi ambientale: un “quantitative easing ecologico” da parte delle banche centrali, che potrebbero per esempio acquistare strategicamente obbligazioni verdi, programmi pubblici di investimento, reddito di base incondizionato e altre forme di intervento statale. Il mix andrà studiato nel dettaglio, ma “quello che sappiamo con certezza”, concludono, “è che se non sfruttiamo i prossimi dieci anni per adottare misure decisive, le conseguenze ecologiche e sociali della crisi climatica saranno devastanti. Ciò significa che dobbiamo anche ripensare radicalmente il nostro attuale sistema fiscale, dei redditi, distributivo e occupazionale”.

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