In Formula 1 arriva l’Aduo: cos’è il nuovo meccanismo di bilanciamento delle prestazioni che la Fia non vuole spiegare
La Formula 1 non comunica. Detta così, può sembrare una mera provocazione, considerato quanto sia stato fatto da Liberty Media per rendere attuale e moderna l’immagine della categoria regina del motorsport, attraverso radicali strategie di marketing e, appunto, di comunicazione, che hanno centrato l’obiettivo di espandere la fanbase. Tuttavia, l’intero ambito delle operazioni attuate dalla holding americana riguarda il contorno della disciplina sportiva, la cornice nella quale viene inserita: storytelling, eventi lifestyle, contenuti digitali e tutto ciò che contribuisce a diffondere e potenziare il marchio. Una volta però scartato l’involucro per dirigersi verso il cuore pulsante della categoria, le cose cambiano e ci si ritrova di fronte a un muro. Nessuna spiegazione, scarsissima volontà di offrire agli appassionati la possibilità di comprendere almeno uno scorcio di quel complicatissimo mondo che sono i motori.
E qui la mancata trasparenza, più che a Liberty Media, è da ascrivere alla Fia, arroccata in anacronistiche torri d’avorio all’insegna di una segretezza il cui scopo risulta arduo da comprendere. Specialmente in un’epoca dove la superficialità di analisi regna sovrana e gli sproloqui sono all’ordine del giorno, fare chiarezza e offrire gli strumenti per poter imparare, proprio come avviene a scuola, dovrebbe rappresentare una priorità. Perché non è tutto contorno, aria fritta e comunicazioni inamidate. Simbolo di questa politica sono due sistemi di livellamento delle forze in pista, già discutibili di per sé, chiamati Aduo, per la F1, e BoP, per il Wec (World Endurance Championship).
Una delle novità della F1 2026 riguarda l’Aduo, acronimo di Additional Design and Upgrade Opportunities, ovvero un meccanismo di bilanciamento delle prestazioni introdotto per livellare i valori tra i fornitori di power unit. Si tratta di un pacchetto di ore di lavoro extra banco, unito al rialzo del tetto di costo legato al motore, concesso alle scuderie con le power unit meno performanti rispetto alla prima della lista. È prevista una divisione in fasce: la prima fascia, ad esempio, colloca il gap tra il 2 e il 4%, pari a circa 12 cv di potenza, e consente di poter usufruire di 70 ore extra, per arrivare a 190 qualora il divario registrato fosse superiore all’8%. Tra il GP di Miami e quello di Montreal verranno completati i rilevamenti e, a inizio giugno, la Fia comunicherà quali team potranno beneficiarne e in che misura.
Non si tratta comunque di uno strumento immediato, attivabile con un semplice clic, ma richiede settimane di lavoro, con i primi risultati quindi visibili verso metà luglio, quando scatterà una nuova finestra di misurazione. Tale sistema, complicato e farraginoso, risulta essere anche mezzo secretato, dal momento che nel regolamento non è specificato pubblicamente come venga misurato l’Aduo, perché i dettagli sono contenuti in un documento separato, accessibile solo alle squadre.
Peggio ancora la Federazione ha fatto nella Endurance con il BoP (Balance of Performance), strumento criticatissimo che qualcuno in tempi recenti (quelli del dominio Red Bull) aveva anche ipotizzato di estendere alla F1. Il BoP interviene livellando le prestazioni delle auto attraverso l’utilizzo di zavorre e limitazioni della potenza massima del motore. A differenza dell’Aduo, che non tocca le monoposto ma concede solo ore e budget extra, il BoP risulta essere nettamente più impattante sulle prestazioni. A partire da questa stagione, la Fia ha deciso di non divulgare più, a differenza di quanto fatto negli anni precedenti, il funzionamento del BoP, con la motivazione che si tratta di calcoli troppo difficili da comprendere per gli appassionati. Non si tratta quindi di svelare chissà quali segreti di progettazione, ma solo di spiegare il funzionamento di procedure molto controverse.
Perché sia il BoP che l’Aduo, pur nella loro diversità, colpiscono il cuore delle corse, innescando un risarcimento prestazionale che, nel nome di un concetto vago e piuttosto utopistico di bilanciamento delle forze in campo, penalizza i più bravi nello sviluppare un progetto armonico in tutte le sue componenti e, di fatto, vincente. Dal momento, infatti, che c’è in vigore il budget cap, strumento chiave per impedire ai team di facoltosi di spendere senza fondo, pur con qualche limite rivedibile (ad esempio gli stipendi dei piloti e delle prime tre figure apicali delle scuderie, non inclusi), un fattore di livellamento esiste già e risulta di gran lunga meno artificioso di un intervento diretto, invasivo e anti-meritocratico, sul lavoro delle squadre.
Per fare un paragone grossolano ma efficace, nel calcio c’è il fair play finanziario, pur traballante ed esageratamente morbido, ma nessuno si sogna di togliere ore di allenamento o di far giocare con un uomo in meno la squadra più forte. Nel motorsport addirittura non si degnano più nemmeno di spiegare.