I conti in rosso della Premier League: un miliardo di perdite. Così continua a bruciare più soldi di quelli che produce
Per la prima volta, l’Inghilterra ha squadre finaliste in ciascuna delle tre competizioni europee. Due delle quali, la scorsa stagione, furono vinte da inglesi (l’Europa League dal Tottenham, oltretutto in una sfida tutta british con il Manchester United; la Conference dal Chelsea), mentre in Champions l’Arsenal si fermò alle semifinali. Presenze massicce, destinate verosimilmente a proseguire nei prossimi anni, visto che la Premier è un colosso economico senza eguali. Eppure, è anche un pozzo senza fondo che brucia denaro a getto continuo, come emerso dai dati sulla gestione finanziaria 2024/25, pubblicati nella loro interezza quasi un anno dopo la fine della stessa. Nel campionato che puntualmente aggiorna al rialzo i record sugli introiti, arrivati non lontano dai 10 miliardi di euro stagionali (9.55, con un +5% di crescita), la situazione finanziaria dei club è un disastro, con appena 4 squadre su 20 capaci di chiudere con un bilancio in attivo: Liverpool (campione 24/25), Bournemouth, Crystal Palace e Ipswich Town (retrocesso). Dal computo abbiamo escluso quelle società (Newcastle, Aston Villa) che aggiustano i conti attraverso magheggi contabili quali la vendita di propri beni a sé stessi, o meglio, ad altri gruppi appartenenti alla stessa proprietà che gestisce il club.
La maglia nera spetta al Chelsea, il quale, nonostante la vittoria nel Mondiale per Club, vanta un rosso di 320 milioni di euro. Si tratta di un nuovo record nazionale, strappato al Manchester City, mentre a livello europeo la performance è inferiore solo a quelle del Barcellona 2020/21 e del Paris Saint-Germain 2022/23. I Blues sono stati multati dalla Uefa, e la sanzione non può che far sorridere: se una proprietà può permettersi di pompare soldi a getto continuo, bruciandone in cospicua quantità, dover sborsare una decina di milioni in più per una multa è doloroso tanto quanto essere frustati con un filo d’erba. Nel frattempo, anche lo Strasburgo, la filiale francese di BlueCo, il consorzio che guida il Chelsea, ha registrato una perdita record di 82 milioni. Questo però è un altro discorso, anche se utile per comprendere come l’ingresso di capitali americani, spesso associati a un modello di business che ha nella redditività il suo scopo finale, in alcuni casi non si discosti dalle modalità di gestione di coloro (i nomi li consociamo tutti) che utilizzano il calcio per finalità politiche e propagandistiche.
A livello di creatività finanziaria, il Chelsea ha fatto scuola. La vendita a sé stesso di due hotel, della squadra femminile e di un parcheggio è diventato uno schema da copiare, modellandolo secondo le esigenze. Il Newcastle, ad esempio, ha venduto il St James’ Park e i terreni circostanti a un’altra società di Newcastle che appartiene al proprietario saudita del club, trasformando una perdita di 110 milioni di euro in un profitto di 40. Il proprietario dell’Aston Villa ha fatto la stessa operazione vendendo la squadra femminile e una sala eventi. L’Everton ha monetizzato trasferendo la squadra femminile e il suo vecchio stadio, il Goodison Park, all’interno della Roundhouse Capital Holdings Limited, società che appartiene al Friedkin Group, il consorzio che controlla il club. Tutte queste operazioni hanno generato un totale di 340 milioni. Ricavi, ovviamente, solo sulla carta.
900 sono i milioni complessivi di perdita delle squadre di Premier League. Se però non si conteggiassero i ricavi contabili derivanti dai trasferimenti interni delle squadre femminili e dalle transazioni immobiliari, la cifra salirebbe a 1.2 miliardi di euro. Un risultato peggiore anche rispetto all’epoca della pandemia. Una volta terminata l’emergenza, però, ci si è dimenticati di qualsiasi ipotesi di un approccio più razionale, e al boom degli introiti ha fatto seguito un’impennata ancora maggiore dei costi di trasferimento e degli stipendi. Non tanto per una questione di concorrenza esterna, visto che la Premier è irraggiungibile da qualsiasi altra lega top europea, quanto interna, con una concorrenza agguerritissima sia per le posizioni che valgono l’Europa, sia per la lotta salvezza, cruciale per non subire il notevole contraccolpo di lasciare l’El Dorado della Premier per il Championship.
Infine, gli stipendi. I club della Premier League hanno pagato in media 250 milioni di euro ciascuno, per un totale di 5 miliardi. Attenzione alla peculiarità Manchester City, che riesce a contenere i costi salariali perché parte della sua organizzazione è dislocata presso club affiliati in Europa e in altri continenti. La regola Uefa del 70% – per ogni euro guadagnato, possono essere spesi in ricavi al massimo 70 centesimi – è largamente disattesa, con 14 club che viaggiano oltre tale limite. Leicester City, Fulham e Bournemouth superano l’80%, con questi ultimi comunque abili nel generare un profitto vero compensando l’esborso con lucrose cessioni (Dean Huijsen al Real Madrid, Dominic Solanke al Tottenham). Il fanalino di coda Wolverhampton Wanderers è a quota 95%. In pratica, tutto ciò che guadagna finisce sui conti bancari di giocatori, staff e dipendenti. Ma la Premier League è pronta ad andare oltre, perché dalla prossima stagione il citato limite sarà alzato all’85%, e sarà relativo ai costi della rosa (stipendi, ingaggi, bonus e indennità per alloggio, auto, spese mediche, eccetera). Il rimanente 15% dovrebbe quindi coprire tutti i costi fissi, dal settore giovanile allo stadio fino all’organizzazione delle partite. Il campionato più ricco del mondo continuerà quindi a bruciare più soldi di quanti ne produca.