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Ti ricordi… Geovani Faria da Silva, il “Piccolo Principe” lento per il calcio italiano ma troppo bello per essere dimenticato

Nel 2006 scoprì la polineuropatia, una malattia rara che tenta di togliere la sensibilità a quelle gambe che avevano incantato il mondo: è morto il 18 maggio a 62 anni
Ti ricordi… Geovani Faria da Silva, il “Piccolo Principe” lento per il calcio italiano ma troppo bello per essere dimenticato
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“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice”. Già: forse è un po’ ardito accostare Saint Exupery alle domeniche pomeriggio degli anni ’80, quando effettivamente si cominciava ad essere felici poco prima di quei rituali meravigliosi fatti di radioline e almanacchi. Ma si parla del “Piccolo Principe”, in questo caso Geovani Faria da Silva, ex Bologna ribattezzato “Pequenho Prìncipe” in Brasile, scomparso tragicamente a 62 anni pochi giorni fa. Nato a Vitoria, nello Stato di Espirito Santo nel 1964, cresce nel Bairro de Fàtima: papà Sebastiao lavora duramente per sostenere la famiglia, Dona Dirlene, la mamma, gestisce la famiglia e ai figli, in particolare, dice di non abbandonare gli studi per il pallone. Già, ma quel pallone rotola nel cortile di casa e nei cortili altrui, dove quelli che vedono fratelli e ragazzini all’opera non hanno dubbi: “Tutti gli altri possono diventare calciatori, Geovani proprio no, non ha il fisico né la stoffa”.

Però al Desportiva Ferroviaria non la pensano così, e prendono Geovani. È un bravo ragazzo, e ricorda i sacrifici fatti da papà Sebastiao per portarlo agli allenamenti: era gracile, troppo, e lui si raccomandava soprattutto che mangiasse. Appena arriva il primo stipendio da calciatore Geovani non prende neanche un cruzeiro e dona tutto alla famiglia. E poi arriva il Vasco da Gama, e al posto dello stipendio Geovani regala una bella casa confortevole alla mamma e al papà. Al Vasco diventa “Pequenho Principe”: il soprannome glielo regala Washington Rodreigues, iconico radiocronista brasiliano che osservandolo a San Januàrio, stadio del Vasco, ne ammira testa alta ed eleganza nel distribuire palloni.

Piccolino, ma svelto (più di testa che di gambe) e con destro chirurgico, Geovani racconta che per affinare le capacità balistiche “appende” una maglietta in corrispondenza del sette della porta, fermandosi solo dopo averla colpita più e più volte. Nell’83 trascina all’oro il Brasile nel Mondiale Under 20, una discreta squadretta con dentro gente tipo Dunga e Bebeto, con Geovani che segna in tutte le partite meno che in semifinale: suo il gol che decide la finalissima contro l’Argentina.

Con i verdeoro conquista l’argento a Seul e la Copa America nel 1989: ci hanno messo gli occhi le grandi, il Napoli ci pensa per sostituire Alemao ma alla fine la spunta il Bologna. Sette miliardi di lire, poco più, e Corioni gongola: pare che persino un Berlusconi nel pieno delle sue faraoniche campagne acquisti gli invidi il colpo “Ma come hai fatto a prendere Geovani?”, gli sussurra. Sette miliardi e seicento milioni, per l’esattezza. Gino Corioni lo presenta a Bologna convinto di aver sottratto una gemma alla corona del Re Sole. Ma l’Emilia del 1989 è una terra pragmatica, che viaggia alla velocità del “calcio champagne” di Gigi Maifredi: un sistema fatto di sovrapposizioni furiose, scatti verticali e ritmi che Geovani, semplicemente, non possiede. Il calcio italiano è un frullatore di muscoli e marcature a uomo; lui, invece, gioca a testa alta, con una flemma quasi regale, rallentando il tempo come se dovesse decidere il destino del mondo con un battito di ciglia.

I compagni lo accolgono con l’affetto scanzonato dei bolognesi. C’è una trasferta a Udine, all’inizio, in cui negli spogliatoi si consuma una messinscena drammatica: Maifredi annuncia Geovani titolare e il difensore Monza si alza, urla, sbatte la porta e se ne va. Il brasiliano gela, si sente un usurpatore, quasi piange. È solo uno scherzo di benvenuto (Monza era già infortunato), ma serve a fargli capire che sotto i portici non c’è spazio per i drammi, solo per la vita.

Il pubblico lo adotta. Capisce che quel ragazzo magrolino non ha la cattiveria dei mediani di provincia, ma possiede la grazia dei giusti. In curva appare uno striscione che entra dritto nella mitologia del nostro calcio, ironico e devoto al tempo stesso: “I TESTIMONI DI GEOVANI”. Lo guardano muoversi con quella lentezza esasperante e irresistibile, ma nessuno riesce a volergli male. Anche perché il Piccolo Principe decide di lasciare a Bologna un pezzo di eternità.

È il 5 novembre 1989. Si gioca il Derby dell’Appennino a Firenze, sul campo dei rivali di sempre. La partita è bloccata, l’aria è fredda. Al minuto 78, Geovani riceve il pallone sulla trequarti. È lontano, lontanissimo, a più di trenta metri dalla porta di Landucci. Non c’è spazio per ricamare il gioco, non c’è tempo per pensare. Allora il Principe evoca i pomeriggi della sua infanzia nel Bairro de Fátima, evoca quella maglietta appesa all’incrocio dei pali che papà Sebastião gli diceva di colpire. Fa partire un destro che non è un tiro, è una traiettoria tracciata dalla Luna. Una parabola fantascientifica che si insacca esattamente nel “sette”, dove nessuno può arrivare. Il Bologna espugna Firenze. Quel gol basta, da solo, a giustificare il prezzo del biglietto, il miliardo del cartellino e l’amore di una città intera.

Sarà l’unico vero acuto di una stagione dolceamara, conclusa con una storica qualificazione in Coppa UEFA. Poi, la malinconia del calciomercato lo spinge altrove, a Karlsruhe in Germania, prima del ritorno a casa, nel suo Vasco da Gama. Il dopo-calcio di Geovani è stata una partita silenziosa ed eroica. Nel 2006 il destino gli presenta il conto sotto forma di una polineuropatia, una malattia rara che tenta di togliere la sensibilità a quelle gambe che avevano incantato il mondo. Ma il Principe non si arrende. Combatte, si rialza, si spende per la sua gente a Vitória, diventa un punto di riferimento per i giovani che, come lui, cercano un riscatto nel pallone. Fino a pochi giorni fa, quando quel cuore grande si è fermato a 62 anni, a Vila Velha. Il Piccolo Principe se n’è andato, ma quella parabola di Firenze resta lì, sospesa nel tempo: sì, l’essenziale è invisibile agli occhi, qualche volta… altre invece ha le sembianze di un tiro scagliato dalla Luna.

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