Cambiamenti climatici: l’Onu approva la risoluzione che getta le basi per le azioni legali contro gli Stati
Usa e Petrostati hanno provato prima a farla ritirare e poi ad affossarla ma, alla fine, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che riunisce 193 Stati, ha approvato la risoluzione storica di Vanuatu sulle responsabilità giuridiche dei Paesi nella protezione dei propri cittadini dai cambiamenti climatici. Un testo che sostiene e dà attuazione allo storico parere consultivo della Corte internazionale di giustizia emesso a luglio 2025 e secondo cui i Paesi hanno l’obbligo giuridico di affrontare il cambiamento climatico. Il mancato impegno nel proteggere il pianeta, dunque, costituisce una violazione del diritto internazionale. Il voto è stato un altro fronte di distanza, tra gli Stati Uniti di Trump e l’Italia che, tra mille incongruenze, è rimasta almeno fedele alla risoluzione che nel 2023, sotto l’attuale governo, aveva sponsorizzato e supportato attivamente. L’approvazione è avvenuta con 141 voti a favore (tra cui quello dell’Italia), 8 contrari (quelli di Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Israele, Iran, Bielorussia, Liberia e Yemen) e 28 Paesi che si sono astenuti. Tra questi, Iraq, India, Pakistan, Argentina, Libia, Nigeria, Algeria, Qatar e Kuwait. “La più alta corte del mondo si è espressa. Oggi l’Assemblea generale ha risposto” ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, António Guterres. E ha aggiunto: “Si tratta di una forte affermazione del diritto internazionale, della giustizia climatica, della scienza e della responsabilità degli Stati di proteggere le persone da una crisi climatica in rapida escalation”.
La genesi e i tentativi di Trump di affossarla
Tutto è partito dal parere richiesto alla Corte internazionale di giustizia nell’ambito di una campagna nata nel 2019 dagli studenti dell’arcipelago di Vanuatu, dell’Università del Pacifico meridionale. In collaborazione con il governo di Vanuatu, Students Fighting Climate Change e World’s Youth for Climate Justice hanno contribuito a ottenere un voto unanime alle Nazioni Unite per richiedere il parere, con il sostegno di oltre 1.500 organizzazioni. Nazioni come Vanuatu e Tuvalu contribuiscono per meno dello 0,01% alle emissioni globali, ma devono affrontare minacce esistenziali dovute all’innalzamento del livello del mare. La risposta della Corte è stata una pietra miliare, prevedendo, che le conseguenze giuridiche derivanti dalla commissione di un atto illecito internazionale (ossia il mancato impegno nella protezione del pianeta, ndr) possano “comprendere gli obblighi di cessazione delle azioni od omissioni illecite, se queste sono continuative” nonché la “piena riparazione agli Stati danneggiati sotto forma di restituzione, risarcimento e soddisfazione”. Nel caso in cui la restituzione si riveli materialmente impossibile, infatti, gli Stati responsabili “hanno l’obbligo di risarcire”. Diverse le pressioni esercitate nell’ultimo anno, in modo particolare dagli Stati Uniti. A febbraio scorso, l’Associated Press ha pubblicato il testo di una circolare inviata ad ambasciate e consolati Usa all’estero. “L’Onu e molti Paesi del mondo hanno completamente perso la rotta, esagerando il cambiamento climatico fino a farne la più grande minaccia per il pianeta” le parole del tycoon. Questo, dopo aver annunciato l’intenzione di abrogare la ‘endangerment finding’ del 2009, conclusione scientifica adottata sotto la presidenza dell’ex presidente democratico Barack Obama. Per inciso, il testo stabilisce che sei gas a effetto serra (tra cui anidride carbonica e metano) sono pericolosi per la salute pubblica e rientrano, quindi, nella categoria degli inquinanti regolamentati dall’agenzia federale. L’adozione è arrivata comunque.
Cosa stabilisce la risoluzione
Il testo finale della Risoluzione è stato pubblicato il 1 maggio 2026. Non impone nuovi obblighi agli Stati, ma riconosce quelli già esistenti, riaffermare quanto già stabilito dal diritto internazionale e, per ultimo, riconosciuto dalla Corte internazionale. Il testo esorta esplicitamente gli Stati a seguire le migliori conoscenze scientifiche disponibili, anche triplicando la capacità delle energie rinnovabili e raddoppiando il tasso medio annuo globale di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, abbandonando i combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo, al fine di raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050 in linea con i dati scientifici, ed eliminando il prima possibile i sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non affrontano la questione della povertà energetica né garantiscono transizioni giuste. Si chiede di adottare misure per raggiungere l’obiettivo collettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C, mentre manca la proposta – presente nella versione iniziale – di creare un registro delle perdite e dei danni legati al clima, che sarebbe stato utile nell’ambito del finanziamento del Fondo per le perdite e i danni subiti e che si subiranno a causa degli effetti del cambiamento climatico. Con l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale, comunque, l’Onu getta le basi per le azioni legali sul clima.
Le reazioni
Il Wwf sottolinea che la risoluzione rappresenta una svolta nella leadership globale sul clima. “La risoluzione conferisce forza politica al parere della Corte Internazionale di Giustizia e aumenta la pressione su tutti gli Stati affinché agiscano in linea con i propri obblighi” commenta. Il parere della Corte di Giustizia è in linea con quanto deciso da varie corti e tribunali nel mondo, tra cui il Tribunale distrettuale dell’Aia nei Paesi Bassi, un tribunale federale in Brasile e la Corte europea dei diritti dell’uomo. “È un’approvazione importante, non solo perché con chiarezza legale menziona esplicitamente la necessità di una transizione dai fossili, ma anche perché rafforza il supporto a un mondo multipolare, mostrando che gli Stati riconoscono l’urgenza di un’azione globale sul cambiamento climatico e la necessità che sia fondata sulla cooperazione e sul diritto internazionale” commenta Valeria Zanini, analista Diplomazia Climatica di ECCO, il think tank italiano per il clima.