La nuova frontiera dei disturbi alimentari si chiama agonoressia: cosa rischia chi usa i GLP-1 per dimagrire
La promessa è semplice: meno fame, meno peso, più controllo. È così che farmaci come la semaglutide – appartenenti alla famiglia dei GLP-1 – sono entrati rapidamente nell’immaginario collettivo, ben oltre l’uso clinico per diabete e obesità. Ma mentre cresce la corsa alla “puntura dimagrante”, qualcosa si muove sotto traccia: non solo sul corpo, ma nella relazione con il cibo, con il desiderio e con se stessi.
Diversi casi clinici di questo tipo sono stati riportati anche dalla stampa americana, come il New York Post, che ha raccolto testimonianze di persone che, dopo l’uso di questi farmaci, hanno sviluppato nuove forme di rapporto problematico con il cibo. La testata americana ha coniato addirittura un nuovo termine, “agonoressia”, anoressia indotta da agonisti GLP-1”. Un segnale che il fenomeno sta emergendo non solo negli studi specialistici, ma anche nella narrazione pubblica. Di fatto, sempre più clinici segnalano un paradosso: farmaci nati anche per ridurre il binge eating possono, in alcuni casi, riattivare o persino generare nuovi disturbi del comportamento alimentare, legati proprio all’uso di questi farmaci. E il punto critico è che l’effetto non è solo metabolico: i GLP-1 agiscono anche sui circuiti della ricompensa e della motivazione, con possibili ricadute su emozioni, appetito e comportamento.
Il risultato? Meno “rumore del cibo”, ma talvolta anche meno contatto con i segnali interni. E quando il controllo aumenta troppo, il rischio è che si trasformi in rigidità. “Oggi si vuole avere tutto, subito e senza faticare. La frustrazione di non raggiungere immediatamente e senza sforzo ciò che si vuole sembra insopportabile ed è una delle prime motivazioni della poca costanza nell’impegnarsi – spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Balbi, psicologa e psicoterapeuta, docente internazionale ed esperta di disturbi del comportamento alimentare -. Questo fenomeno riguarda anche la gestione dell’alimentazione, del peso, della forma fisica. I farmaci per il dimagrimento sono una delle tentate soluzioni per perdere peso rapidamente e senza soffrire i morsi della fame. E, da sperata soluzione, possono diventare un alimentatore del problema”.
In questi casi alterano il rapporto col cibo
Questi farmaci agiscono anche sui circuiti cerebrali della ricompensa: in che modo possono alterare il rapporto psicologico con il cibo e favorire dinamiche tipiche dei disturbi alimentari, come il controllo ossessivo o la restrizione? E quali segnali precoci dovrebbero allarmare pazienti e medici?
“Se consideriamo che il cibo è la più primitiva delle consolazioni e che i circuiti della ricompensa sono modulati dal piacere percepito nutrendosi, agire sulla riduzione della fame grazie alla nausea indotta dal farmaco altera inevitabilmente il rapporto con il cibo e impedisce la gestione dello stesso. La persona non riesce a strutturare la capacità di autoregolarsi. Quando il farmaco è assunto per dimagrire in assenza di patologie legate che hanno come effetto l’obesità, spesso siamo già in presenza di un disturbo alimentare”.
Chi dovrebbe evitare la semaglutide
Esiste un profilo di vulnerabilità? Per esempio: chi ha avuto in passato un disturbo alimentare o un rapporto conflittuale con il corpo dovrebbe evitare questi trattamenti o essere seguito in modo diverso? Che tipo di screening psicologico sarebbe opportuno prima di iniziare?
“In clinica, escluse le patologie organiche che incidono sul peso, chi richiede l’uso di tali farmaci soffre di bulimia, di binge eating o di disturbo incontrollato dell’alimentazione, dove la restrizione quantitativa e qualitativa dei cibi porta a cadere nell’abbuffata. Quindi, nella mia esperienza, quando la richiesta dipende da motivazioni psicologiche, si può ritenere che prescrivere i farmaci GLP-1 sia fallimentare. Questi farmaci possono eventualmente rinforzare i tipici comportamenti fallimentari riscontrabili nei disordini alimentari come la restrizione o le usuali sensazioni di paura e di senso di colpa associati al discontrollo, piuttosto che esserne la causa”.
Concedere il piacere del cibo
Se durante o dopo l’uso di questi farmaci emergono comportamenti disfunzionali – restrizione, senso di colpa, paura del cibo – quali strategie terapeutiche funzionano meglio per prevenire una cronicizzazione e aiutare la persona a ricostruire un rapporto sano con alimentazione e corpo?
“In generale, le strategie più efficaci a questo scopo si basano sulla concessione del piacere, sia nella scelta dei cibi che nel selezionare il movimento. Quando, per esempio, prescriviamo la ‘dieta paradossale’, che consiste nel mangiare solo e soltanto ciò che piace di più all’interno dei tre pasti, cioè, in spazi controllati, ci basiamo sul principio psicofisico per cui la concessione, piuttosto che la
negazione del piacere, porti alla gestione dello stesso. Il trattamento va individualizzato, ma, il piacere del cibo, parafrasando le parole di Oscar Wilde, se te lo concedi puoi rinunciarci e se non te lo concedi diventa irrinunciabile”.