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“Siamo assuefatti a stress e ansia, diciamo che è ‘tutto ok’ anche quando non lo è affatto e poi esplodiamo in picchi di rabbia estrema”: cos’è la “sindrome del sufficiente” e quali sono i sintomi

Ne abbiamo parlato con Daniela Chieffo, Professoressa associata all’Università Cattolica di Roma e Direttrice Psicologia Clinica Policlinico Gemelli IRCCS, Professoressa di psicologia generale
“Siamo assuefatti a stress e ansia, diciamo che è ‘tutto ok’ anche quando non lo è affatto e poi esplodiamo in picchi di rabbia estrema”: cos’è la “sindrome del sufficiente” e quali sono i sintomi
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Non stiamo bene. Ma neanche abbastanza male da fermarci. È qui che si annida il problema: nell’assuefazione al “tirare avanti”. Una stanchezza di fondo che non fa notizia, un’ansia che non esplode, una tensione costante che diventa abitudine. La chiamano “sindrome del sufficiente”: una condizione in cui si resta operativi, produttivi, perfino efficienti, ma svuotati. E proprio perché si continua a funzionare, il malessere smette di essere percepito come tale. Si normalizza. Il punto, però, non è solo individuale. È culturale. Viviamo immersi in un clima che premia la resistenza più del benessere, l’adattamento più della consapevolezza. Così si abbassa la soglia di ciò che consideriamo accettabile. E quando la pressione non trova vie di uscita, non scompare: si accumula. A volte si spegne in apatia, altre volte riemerge in forme più dure, improvvise, anche aggressive. Sempre più spesso, anche tra i più giovani. Ci stiamo quindi abituando a stare male senza più riconoscerlo? “Ci stiamo abituando a stare, a navigare a vista – spiega al FattoQuotidiano.it Daniela Chieffo, Professoressa associata all’Università Cattolica di Roma e Direttrice Psicologia Clinica Policlinico Gemelli IRCCS, Professoressa di psicologia generale -. Navighiamo spesso in un mare in tempesta, senza interrogarci su dove stiamo andando e sul perché del nostro viaggio; ma soprattutto, senza sapere se siamo equipaggiati a sufficienza per affrontarlo senza rimanerne vittime. Il dirsi è ‘tutto ok’ non è altro che un’inevitabile conseguenza di questo iper-adattamento a una realtà talvolta ostile e poco accogliente. Non posso dire al mondo, così competitivo in cui vivo, che non è tutto ok, ma non lo posso dire neanche a me stesso, perché ammetterlo vorrebbe dire non essere abbastanza e accettare che, nel confronto tra il mio ‘Io reale’ e il mio ‘Io ideale’, il primo ne esce assai mortificato e sconfitto”.

Le difficoltà dei più fragili

Quanto pesa il contesto in cui viviamo – ritmi, aspettative, pressione sociale – nel farci accettare livelli di stress che una volta avremmo considerato inaccettabili?

“Il contesto in cui viviamo non favorisce l’integrazione dei più fragili, di coloro che hanno bisogno di più tempo, che non si uniformano confondendosi alla massa. Il ritmo incalzante, le altissime aspettative e la forte pressione sociale a cui siamo esposti fin dalla prima infanzia, si pone spesso come un fattore di rischio in termini di appartenenza. Da un lato abbiamo chi riesce a convivere con lo stress, i ‘vincenti’; dall’altro gli outsiders o ‘coloro che non ce la fanno o non ce l’hanno fatta’. Le ripercussioni a livello personale, psichico, fisico e sociale sono spesso devastanti per entrambe le categorie”. Questa condizione di “malessere silenzioso” può trasformarsi nel tempo in qualcosa di più serio, anche senza segnali evidenti? “Lo standard a cui si ambisce, in ogni ambito, non solo in quello lavorativo, ma anche scolastico, sportivo, mediatico tramite i social, prevede una resistenza a picchi severi di stress prolungati nel tempo, che possono influire sulla nostra salute, con aumenti significativi dei livelli di cortisolo, con un rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, alterazione del sonno, della nutrizione e alimentazione, l’emergere di processi di somatizzazione e, in taluni casi, con un rischio importante
per le personalità più vulnerabili, di dipendenze e psicopatologie”.

Esplosioni di aggressività inaudita

L’aggressività che vediamo manifestarsi e sempre più spesso, anche tra i giovani, può essere una valvola di sfogo di questo stress trattenuto e normalizzato?

“Siamo di fronte a un’aggressività che sta raggiungendo dei picchi estremi, con episodi di violenza inaudita e quasi sempre non commisurata con l’elemento scatenante. È spesso evidente come vi sia la necessità di canalizzare la rabbia accumulata e sedimentata, rilasciandola in gesti, parole, azioni quotidiane, in una forma esplosiva. Probabilmente il messaggio di fondo è che solo in quella circostanza posso liberarmi di essa. C’è bisogno di un intervento tempestivo sul ripristinare forme di comunicazione con gli altri e con sé stessi più efficaci, con l’ambizione di riuscire ad arriva a dire a me stesso di stare male, per potermi prendere cura di me e sentirmi vincente”.

Esiste anche un legame tra l’incapacità di riconoscere e nominare il proprio disagio e le esplosioni emotive improvvise?
“Possono essere molteplici le cause che possono impedire di riconoscere e nominare il proprio disagio e le esplosioni emotive improvvise: una scarsa educazione emotiva, una rigidità di alcuni meccanismi difensivi (evitamento, negazione, proiezione, ecc.), una modalità relazionale appresa. Il rischio serio è lo svilupparsi e il consolidarsi di una condizione psicologica denominata ‘alessitimia’, che comporta una difficoltà a riconoscere, comprendere e descrivere le proprie e altrui emozioni”.

Chiedere aiuto

Quali segnali concreti dovrebbero farci capire che non siamo semplicemente stanchi, ma stiamo scivolando in una condizione cronica di malessere?

“Nella mia pratica clinica abituale, sempre più spesso mi sento dire: ‘non so cosa provo, so solo che sto male’ e mi presentano un faldone enorme con analisi, visite specialistiche e indagini mediche approfondite per dolori fisici che compaiono e si insinuano prepotentemente nella vita di qualcuno. La somatizzazione può essere un campanello di allarme, come spesso lo diventano gli episodi di
ansia e panico. Tendiamo a farci domande su come stiamo quando stiamo già male e quando il dolore ha già invaso le nostre aree di funzionamento (personale, familiare, sociale, lavorativo e/o scolastico)”.

Da dove si riparte, nella vita quotidiana, per interrompere questa assuefazione e recuperare un equilibrio reale, prima che il disagio trovi altre vie – più distruttive – per emergere?

“Si deve ripartire dalle piccole cose, che al giorno d’oggi diventano ‘grandi’. Prendersi del tempo per sé, cercando di aderire e promuovere uno stile di vita più sano e curando le relazioni significative. Facendosi aiutare, in alcuni casi, da professionisti della salute mentale, quando percepiamo un dis-comfort o un’alterazione del nostro equilibrio, quando ci sentiamo più vulnerabili o in pericolo”.

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