Ti ricordi… Marc-Vivien Foé, l’ex Manchester City che si accasciò e morì a centrocampo
A piedi scalzi nella polvere, il pallone che corre e tanti bimbi dietro. È uno scenario tipico a Yaoundè, Camerun: e tra quei bimbi negli anni ottanta c’è pure Marc-Vivien Foé.
Nato l’1 maggio di 51 anni fa Marc è un ragazzo introverso: gli piace il calcio, ha gran fisico e gran corsa, ma anche un carattere riflessivo e maturo. Tanta sostanza, pochi fronzoli, tanto allenamento, poco divertimento per Marc, che entra nelle giovanili dell’Union de Garoua e poi del Fogape Yaoundè a tirare i primi calci.
Gli echi dei leoni indomabili dopo il Mondiale del 1982 e dopo le vittorie in Coppa d’Africa cominciano a diffondersi e arrivano anche le prime offerte: ma se la stragrande maggioranza dei campetti di Yaoundé firmerebbe subito per arrivare a giocare in Europa per Marc è diverso, e quando, ragazzino, arriva qualche offerta lui declina “Non mi sento ancora pronto”, dice.
Approda allora al Canon Yaoundé e arrivano anche le prime occasioni per giocare in nazionale: parte per la spedizione di Usa ’94 e gioca tutte e tre le gare.
Alto 1,93 ma anche veloce e agile Marc si fa notare come centrocampista moderno, oggi si direbbe “box to box” e allora dopo il Mondiale arriva una nuova chiamata dall’Europa, e stavolta Marc non dice di no al Lens. Ha 19 anni, e lì trova il connazionale Omam Biyik a fargli da chioccia. Gioca poco inizialmente, ma non è il tipo da perdersi d’animo: quel ragazzone buono e generoso ha sempre un sorriso per tutti, e in allenamento è sempre pronto a dare qualcosa in più. Pian piano si ritaglia spazio, finché con Leclerq diventa pilastro di centrocampo e il Lens nel 1998 vince uno storico titolo.
Dopo quel titolo, il nome di Marc-Vivien Foé comincia a circolare con più insistenza anche fuori dalla Francia. Non è un giocatore da copertina, ma uno che gli allenatori vogliono avere. E così, nell’estate del 1999, arriva la chiamata della Premier League: il West Ham United. A Londra il calcio è diverso: più veloce, più fisico, meno paziente. Foé non è spettacolare, non lo sarà mai, ma regge l’urto. Segna anche un gol, l’unico in campionato, ma più del numero resta l’impatto: corsa, equilibrio, presenza. In un ambiente dove spesso gli stranieri devono farsi largo a gomitate, lui si fa rispettare senza alzare la voce.
Nel mezzo, c’è anche il Mondiale. Nel 1998 il Camerun non lascia il segno, ma Foé c’è, dentro una nazionale che sta cambiando pelle dopo l’epopea degli anni ’90. Non è ancora il leader assoluto, ma è già una certezza. Dopo l’Inghilterra torna in Francia, al Lione. È un ritorno meno rumoroso di altri, ma decisivo. A Lione trova continuità, fiducia, responsabilità. È uno di quei giocatori che tengono insieme una squadra: non illumina, ma sostiene. E quando il club conquista il titolo – il primo di una lunga serie nei primi anni Duemila – Foé è lì, nel cuore del campo, a fare il lavoro che non finisce nei titoli ma che decide le partite.
Intanto, con il Camerun, diventa qualcosa di più. Vince due Coppe d’Africa, nel 2000 e nel 2002, e soprattutto diventa uno dei riferimenti dello spogliatoio. Non il capitano ufficiale, ma uno di quelli che danno l’esempio. Rigobert Song, che con lui ha condiviso anni e battaglie, lo ricorderà come uno che non si tirava mai indietro. E Roger Milla lo definirà “un uomo molto generoso”.
Nel 2002 torna in Inghilterra, al Manchester City. Anche lì non cambia: stesso passo lungo, stessa corsa instancabile, stessa affidabilità. I tifosi lo apprezzano subito, perché capiscono il tipo di giocatore che è. Non serve molto tempo per farsi voler bene, quando non tradisci mai.
Poi arriva l’estate del 2003, la Confederations Cup. Il Camerun affronta la Colombia proprio a Lione. È una partita come tante, fino a quando non lo è più. Foé si accascia a centrocampo. Non c’è contatto, non c’è scontro. Solo il silenzio che entra nello stadio. Soccorso da avversari e compagni non ce la farà. Aveva 28 anni. L’autopsia rivelerà che Foé aveva un ventricolo sproporzionato rispetto al normale che gli aveva provocato un arresto cardiaco.
La partita andò avanti, il Camerun vinse 1 a 0. Forse con un defibrillatore si sarebbe salvato. Forse. I compagni lo scoprono dopo la partita: le urla che arrivano dal loro spogliatoio sono strazianti. Straziante è Rigobert Song che in lacrime stringe il maxi poster dell’amico prima della finale contro la Francia, guardando al tifoso sugli spalti che stringe un poster: “Un leone non muore mai, dorme”.