Genitori tra rabbia e senso di colpa: il difficile equilibrio nell’educazione dei figli
“Dottore, io e lei siamo di una generazione sfortunata. Quando eravamo giovani comandavano i vecchi; ora che siamo anziani sono i giovani che decidono e impongono i loro punti di vista.”
Queste parole di un paziente riflettono lo stravolgimento avvenuto all’interno dei nuclei familiari negli ultimi 70 anni. Prima del 1968 era normale che a scuola i maestri punissero corporalmente i bambini con delle bacchettate sulle dita oppure con schiaffi. I genitori, per lo più, non mettevano in discussione l’autorità del corpo docente, anche quando alcuni esageravano nelle punizioni. In molte famiglie, il padre comandava e i bambini erano attenti a non farlo adirare perché era portatore di autorità e autorevolezza, oltre che dotato di un ceffone deciso. Era normale ritenere che, se si era ragazzi, si dovesse ubbidire al padre e alla madre. Naturalmente tutti, più o meno, sgarravano, ma erano consapevoli di andare incontro, se scoperti, a delle punizioni che venivano a mala voglia accettate.
Nel giro di una decina d’anni, intorno al ‘68 con i moti studenteschi, tutto cambiò in meglio con una maggiore consapevolezza, sia nei ragazzi che nei genitori. Negli ultimi due decenni questo cambio di impostazione psicologica e culturale si è estremizzata fino all’esagerazione opposta. Vediamo famiglie asservite ai voleri di piccoli figli tirannici che vogliono questo o quello. Complice la diminuzione delle nascite, ogni bambino ha a disposizione genitori, nonni e zii pronti ai suoi voleri che fanno a gara a fare il regalo più bello. Questi bimbi, che non ricevono dinieghi, divengono dei piccoli tiranni per genitori che paiono sempre sentirsi in colpa perché non fanno a sufficienza per renderli felici.
Arrivati all’adolescenza, alcuni di questi piccoli ”mostri”, allevati come futuri re, si rendono improvvisamente conto di non essere dei veri reucci. Scoprono che, nella vita reale in mezzo agli altri, esistono un sacco di difficoltà e che il loro modello “principesco” di rapportarsi agli amici o all’altro sesso viene sbertucciato. Immaginate come reagirebbe il principe inglese se, improvvisamente, scoprisse di essere uno come gli altri; anzi con più problemi, perché non abituato ad affrontare le difficoltà della vita. Questo è quello che provano diversi adolescenti. Rifugiarsi in uno splendido isolamento in casa, definito dal termine giapponese hikikomori, è divenuta una epidemia.
Nei modelli educativi trovare un equilibrio pare arduo. Il bimbo e, soprattutto, l’adolescente tendono ad esplorare il territorio che li circonda. Mettono in discussione tutti i limiti. Il genitore deve avere il coraggio di inibire certi eccessi: se un bambino vuole correre attraversando la strada, occorre che qualcuno lo fermi, per evitargli un incidente. Se un adolescente vuole provare le droghe sarà necessario inibirgliele, ad esempio non dandogli soldi. La repressione, però, deve avere dei limiti per non divenire crudele. L’elemento centrale nel processo educativo è l’affetto che dovrebbe costruirsi fra genitore e figlio. Una discussione, una punizione, un momento di acceso confronto, se inseriti in una relazione complessivamente affettuosa, in cui entrambi sono sicuri dei sentimenti dell’altro, assumono un significato diverso. Le differenze è giusto che ci siano e non vengano annullate, ma il modello educativo dei genitori deve essere chiaro, in modo che i figli possano decidere di adeguarsi o, prendendosi i rischi del caso, di non seguirlo.
Occorre sconfiggere due sentimenti estremi che possono inondare le menti dei genitori: da un lato la rabbia perché il figlio non è come loro vorrebbero e, dall’altro, il senso di colpa per non avergli offerto abbastanza. Queste due emozioni esagerate sono le due facce della stessa difficoltà: quella di non essersi staccati dai figli, ma di viverli come una propaggine di se stessi. Molti genitori vorrebbero che i figli non facessero i loro errori e che ottenessero dalla vita quello che loro non sono riusciti ad avere. In sintesi, non sentendosi felici e realizzati, invece di vedere il figlio come altro da sé non riescono a concepire il distacco. La rabbia e il senso di colpa sono la conseguenza di questa mancanza di una fisiologica differenziazione.
Vorrei concludere con un’autocritica. Noi psicologi e psicoterapeuti troppo spesso siamo propensi a incolpare qualcuno, i genitori in primo luogo, senza capire che le generalizzazioni e le estremizzazioni sono deleterie. Il lavoro psicologico è prezioso, se attuato in una relazione con il paziente. Quando parlare di psicologia diviene un modo per ottenere visibilità, successo o fare carriera, si rischia di estremizzare il messaggio. Molti sensi di colpa che ora i genitori vivono sono frutto di proclami portati all’eccesso che qualche psicologo à la page ha lanciato negli scorsi decenni. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambio di direzione. Se vuoi essere alla moda come psicologo, devi proporre un ragionamento opposto, dando addosso ai ragazzi viziati e indicando ricette più o meno repressive.
Il mio consiglio è quello di diffidare dalle ricette dello “psicologo guru” di turno perché, inevitabilmente, non sono personalizzate e non derivano da un’interazione in cui ognuno di noi deve trovare la sua particolare modalità di essere figlio o genitore.