Class action contro i social network, le associazioni europee dei genitori valutano ricorsi legali come in Italia: “Incoraggiamo tutti ad agire”
Per i social network Facebook, Instagram e TikTok la class action italiana potrebbe essere l’inizio di una valanga giudiziaria in tutta Europa, con conseguenze imprevedibili. Le associazioni delle famiglie del Vecchio continente stanno valutando “l’opportunità di seguire l’esempio” del ricorso presentato al tribunale civile di Milano dal Moige (Movimento italiano genitori), a luglio del 2025. L’annuncio è della sigla italiana, impegnata da tempo nella lotta per tutelare i minori dai rischi dell’algoritmo. Riunita a Parigi, la European parents Association (Epa) “ha condiviso le ragioni dell’azione legale” e “valuterà l’opportunità di seguirne l’esempio nei rispettivi ordinamenti nazionali, seguendo il modello pioneristico sviluppato in Italia”. L’associazione rappresenta oltre 150 milioni di genitori in tutto il Vecchio continente. Nel nostro Paese la battaglia è stata intrapresa dall’Associazione nazionale famiglie numerose (Anfn) e dall’Associazione italiana genitori (Age), oltre che dal Moige. Sostenute dallo studio legale torinese Ambrosio & Commodo, le sigle attendono la prima udienza del 14 maggio. Si sarebbe dovuta celebrare il 12 febbraio, ma è stata rinviata per i ritardi della notifica legale alla sede londinese di TikTok Uk. Nel mezzo, il 24 e il 25 marzo, l’evento che ha sconvolto il panorama legale dei social network.
Lo spartiacque delle sentenze americane: Meta e Google condannate ai risarcimenti per non aver tutelato i minori
Due tribunali statunitensi, della California e del New Mexico, hanno condannato Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) e Google (Youtube), a ingenti risarcimenti per non aver tutelato i minori. 3 milioni di dollari, a causa dei danni subiti da una giovane donna al tempo minorenne: ansia, depressione, una “dipendenza da social paragonabile a quella del fumo e del gioco digitale”. Meta dovrà anche sborsare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali, perché Facebook e Instagram non avrebbero adottato i necessari provvedimenti contro il traffico di minori. Secondo la testimonianza di Vaishnavi Jayakumar, ex responsabile della sicurezza e del benessere di Instagram, “si potevano accumulare 16 violazioni per prostituzione e adescamento sessuale e, alla 17esima violazione, l’account veniva sospeso (…). Secondo qualsiasi parametro del settore, una soglia di rischio molto, molto alta”. Il documento giudiziario è stato rivelato dal Time e archiviato nel sito theoversightproject.org, un’organizzazione no-profit dedicata alla vigilanza sul settore tecnologico. Secondo il procuratore del New Mexico, Raúl Torrez, “le prove presentate al processo hanno dimostrato che le caratteristiche di progettazione di Meta consentivano a pedofili e predatori di abusare sessualmente dei minori sulle piattaforme di Meta”. Il colosso di Mark Zuckerberg ha presentato appello. Il 4 maggio è prevista la seconda fase del processo, per decidere le misure strutturali da imporre alla piattaforma, a tutela dei minori. 10 giorni dopo, a Milano sull’altra sponda dell’Oceano, un altro crocevia decisivo per il futuro dei social network: si apre la prima class action inibitoria europea, contro i social network Meta e TikTok. Ad aprile negli Stati Uniti, stando ad Axios, Meta ha rimosso dalle sue piattaforme gli annunci legali per promuovere azioni legali collettive contro i giganti tecnologici. La testata americana riporta uno dei post cancellati: “Ansia. Depressione. Isolamento. Autolesionismo. Non sono solo fasi adolescenziali, ma sintomi legati alla dipendenza dai social media nei bambini. Le piattaforme lo sapevano e hanno continuato a prendere di mira i minori comunque”.
Le tre richieste della la prima class action europea a Milano. L’Associazione Ue: “Incoraggiamo tutti ad agire”
Le associazione dei genitori e della famiglie chiedono tre cose, nelle memorie presentato al tribunale milanese. La prima: verificare l’età degli utenti, in concreto, perché il click sull’autodichiarazione ha fallito. Sulla carta bisogna avere almeno 13 anni, ma non si contano i bimbi più piccoli già iscritti. La seconda: stop alle caratteristiche dell’algoritmo e alle tecniche digitali che possono danneggiare i minori o indurre dipendenza, come le pagine “infinite” (ovvero lo “scrolling” senza limiti) oppure i video in autoplay, uno dopo l’altro, senza che l’utente dia ogni volta il consenso. Infine, l’ultima richiesta: obbligare Meta e TikTok ad una massiccia campagna informativa per informare la popolazione sui rischi del suo servizio, specie per i minori. Secondo una stima dello studio legale Ambrosio & Commodo, i minori italiani con almeno un profilo social sono 4,8 milioni: l’80 per cento di tutti i ragazzi al di sotto dei 18 anni. Gli avvocati torinesi sul loro sito citano alcuni dei possibili disturbi: solitudine, privazione del sonno, difficoltà di concentrazione, dipendenza. L’elenco è tratto dal libro del sociologo Jonathan Haidt “La generazione ansiosa, come i social hanno rovinato i nostri figli”.
Ora l’offensiva giudiziaria italiana potrebbe espandersi a macchia d’olio in tutta Europa. “Siamo lieti della straordinaria accoglienza che le associazioni europee hanno riservato alla nostra iniziativa giudiziaria. Mettiamo a disposizione di tutti i partner della European parents’ association la nostra esperienza e competenza”, ha dichiarato Antonio Affinita, direttore generale del Moige. Secondo Stefano Crico, presidente di Epa, “la protezione dei minori non è perseguita adeguatamente dalle piattaforme: i nostri figli vengono danneggiati da algoritmi progettati per creare disagio e dipendenza, in spregio alle leggi vigenti. Sosteniamo con convinzione questa alleanza e incoraggiamo ogni associazione membro ad agire nei propri Paesi. È tempo che l’Europa parli con una voce sola a difesa dei propri bambini”.
L’Europa sfida le piattaforme, il governo Meloni rimprovera i genitori
Non solo le associazioni dei genitori di tutta Europa guardano con interesse alla class action italiana, ma anche la Commissione europea. Su sollecitazione di Bruxelles, a gennaio scorso funzionari dell’Autorità garante per le comunicazioni hanno incontrato rappresentanti delle associazioni dei genitori, per avere dettagli sulla class action. Sia l’Europa che l’Agcom sono al lavoro per definire procedure tecniche per la verifica dell’età, imponendo divieti ai minori di una certa età. Nel Vecchio continente le piattaforme sono da tempo sotto indagine per i rischi sui minori. Secondo la conclusioni preliminari del fascicolo su TikTok, pubblicate il 6 febbraio, il design della piattaforma ha violato la legge sui servizi digitali alimentando la dipendenza dei più giovani. La piattaforma ha risposto accusando il Vecchio continente di aver descritto il social network “in modo completamente falso e privo di fondamento”. Ma anche Meta è sotto indagine dal 16 maggio 2024 e presto si conosceranno i risultati preliminari: lo ha annunciato il 26 marzo la commissaria HennaVirkkunen. Il 16 aprile Ursula von der Leyen ha annunciato la nuova app europea per la verifica dell’età online – presto disponibile per gli utenti – sferzando le piattaforme. Il design dei social network “alimenta dipendenza”, ha ammonito la presidente della Commissione Ue: “Questo ambiente non giova alle giovani menti in via di sviluppo”. Le aveva fatto eco il premier spagnolo Pedro Sanchez sul Financial Times: “Dobbiamo costringere aziende come X, Instagram e TikTok a rimuovere dai loro algoritmi tutti gli elementi che alimentano dipendenza, ansia e odio”. Invece Matteo Salvini e Giorgia Meloni preferiscono additare i genitori, mentre il governo valuta multe per gli adulti che non vigilano con il parental control. In linea con la memoria di TiTok consegnata al tribunale di Milano: “Se i social danneggiassero i minori, sarebbe tutta colpa dei genitori”. Ma la destra italiana non era la paladina delle famiglie?