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La presidente Von der Leyen (Ue) teme “l’influenza” della Turchia nei Balcani: sfiorata la crisi diplomatica

"Dobbiamo riuscire ad allargare il continente europeo in modo che non sia influenzato da Russia, Turchia o Cina" è stata la frase che ha provocato la reazione di Ankara. Poi la Commissione ha aggiustato il tiro: "“Il riferimento alla Turchia è stato un riconoscimento del suo peso geopolitico, della sua dimensione e delle sue ambizioni non da ultimo nei Balcani occidentali, e non era inteso come un confronto con nessun altro paese"
La presidente Von der Leyen (Ue) teme “l’influenza” della Turchia nei Balcani: sfiorata la crisi diplomatica
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Intervenendo questa settimana ad Amburgo in occasione dell’80° anniversario del quotidiano Die Zeit, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen aveva ribadito il proprio sostegno all’allargamento dell’UE con un’affermazione che ha fatto infuriare Ankara, candidata da anni all’ingresso: “Dobbiamo riuscire ad allargare il continente europeo in modo che non sia influenzato da Russia, Turchia o Cina”.

Per evitare una crisi diplomatica, tra l’altro mentre il segretario della Nato Mark Rutte era in visita ad Ankara per preparare il vertice di luglio, la Commissione UE ha dovuto pubblicare una correzione a quanto dichiarato da Von der Leyen: “Il suo riferimento alla Turchia è stato un riconoscimento del suo peso geopolitico, della sua dimensione e delle sue ambizioni non da ultimo nei Balcani occidentali, e non era inteso come un confronto con nessun altro paese. La Turchia è un punto di ancoraggio chiave nella regione ed è anche un importante alleato NATO e paese candidato all’UE e, in quanto tale, un interlocutore chiave.”

Intervenendo in una conferenza stampa, la sua portavoce, Paula Pinho, ha risposto a una domanda dell’agenzia turca Anadolu (AA) su come interpretare le dichiarazioni di Von der Leyen: “Quanto affermato è, ovviamente, che la Turchia, proprio in quanto Paese candidato, ha anche una responsabilità aggiuntiva nella regione, e noi non vigiliamo sulla sua influenza in quest’area”. In questo caso, il riferimento era ai Balcani occidentali. Insomma, la toppa è peggio del buco.

Per quanto riguarda le vicende interne al paese guidato dall’autocrate Recep Tayyip Erdogan, che si professa da sempre dalla parte dei poveri, non puó passare inosservata l’operazione di polizia in cui sono stati arrestati 110 minatori e funzionari sindacali mentre manifestavano pacificamente davanti al Ministero dell’Energia e delle Risorse Naturali ad Ankara. I minatori stavano protestando per il mancato pagamento degli stipendi e delle indennità di fine rapporto, secondo quanto riferito dal Sindacato Indipendente dei Minatori (Bağımsız Maden İş).

I minatori, impiegati dalla società Doruk Madencilik, una filiale della Yıldızlar SSS Holding, erano partiti a piedi dalla provincia di Eskişehir lo scorso 12 aprile. Il sindacato afferma che ai lavoratori spettano da due a otto mesi di stipendio, un risarcimento e la fine dei congedi forzati e non retribuiti. Vogliono insomma che vengano rispettate le condizioni di lavoro conformi alle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e il reintegro dei lavoratori licenziati per attività sindacale. “Mentre aspettavamo di trovare un interlocutore davanti al Ministero dell’Energia, la risposta è stata quella di arrestare 110 nostri amici”, ha dichiarato il sindacato. “Siamo minatori, non ci lasciamo intimidire dagli arresti e riprenderemo da dove abbiamo lasciato una volta usciti”. Un manifestante, che ha iniziato a tremare violentemente durante l’arresto, è stato ricoverato in ospedale, ha riferito il sindacato. Dopo l’arrivo dei lavoratori ad Ankara, la polizia ha usato contro di loro lo spray al peperoncino, per poi arrestarli.

“Intanto il proprietario della società mineraria è sul proprio yacht”, ha rivelato Umut Akdoğan, deputato del principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), che si trovava con i minatori e ha criticato la gestione dell’azienda. “Quando ho visitato la miniera, il proprietario era sul suo yacht a Bodrum e lo è ancora. Questo è inaccettabile”, ha dichiarato Akdoğan, aggiungendo che il problema dei pagamenti irregolari si protrae da quasi 10 anni e che la pazienza dei lavoratori è giunta al limite dopo mesi senza stipendio.

Mert Batur, avvocato del sindacato, ha dichiarato al quotidiano Evrensel che i lavoratori desiderano una piattaforma per negoziare con i ministeri e il parlamento. Batur ha affermato che le autorità politiche e amministrative hanno a lungo protetto Sebahattin Yıldız, proprietario di Yıldılar SSS Holding, pur essendo a conoscenza delle rimostranze dei lavoratori. “Hanno creato un regime di lavoro schiavista, unico nel suo genere”, ha affermato Batur. “Il Ministero del Lavoro non può funzionare ignorando questa situazione, e il Ministero dell’Energia non può funzionare senza rendersene conto”. La miniera di Doruk Madencilik è stata sequestrata dal Fondo di Garanzia dei Depositi (TMSF) nel 2016 e successivamente acquistata da Yıldızlar.

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