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Bassetti: “Attenzione a mettere il cibo a scaldare in microonde in contenitori di plastica, rilasciano microplastiche e sappiamo già i rischi”

Dai contenitori scaldati nel microonde alle bottiglie d’acqua, il professor Bassetti richiama l’attenzione sui rischi legati all’esposizione quotidiana alla plastica
Bassetti: “Attenzione a mettere il cibo a scaldare in microonde in contenitori di plastica, rilasciano microplastiche e sappiamo già i rischi”
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Un video su Instagram che spiega il pericolo dei contenitori di plastica messi a scaldare nel microonde – anche se sono consigliati per questo uso – e il rilancio mediatico è automatico: Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Genova, sui social riporta al centro il tema delle microplastiche spiegando al FattoQuotidiano.it perché non è più un problema marginale. Di fatto, le microplastiche non si vedono, non si sentono, ma sono ovunque. Non solo nei contenitori di plastica o nelle bottiglie, ma dentro gli ecosistemi e quindi dentro di noi.

Non minimizzare il rischio

Professor Bassetti, lei sta spingendo molto su questi temi…
“Il punto non è creare allarme, ma far capire che il problema esiste. Le microplastiche sono dappertutto: nelle bottiglie, nei contenitori, nei bicchieri. Stanno nel mare, arrivano nei pesci, stanno nell’acqua. È inevitabile che arrivino a noi. Non si tratta di spaventare, ma di mettere in guardia su effetti potenziali. Sappiamo già che possono favorire infiammazione cronica, e questo non è un dettaglio”.

Siamo davanti a qualcosa di simile al tabacco degli anni ’60? Segnali precoci ignorati e regolazione in ritardo?”
“No, non siamo a quel livello. All’epoca c’erano medici che dicevano che fumare faceva bene. Qui non siamo a quel punto. Però attenzione: è un fenomeno sottovalutato. Abbiamo esagerato con la plastica, è diventata la soluzione a tutto. E questo non può non avere conseguenze”.

Le evidenze scientifiche

Conseguenze che la ricerca inizia a intercettare. Non certezze definitive, ma segnali che pesano.
“Alcuni studi indicano che la presenza di microplastiche nell’organismo è associata a processi infiammatori cronici, terreno biologico di molte malattie. E lavori recenti pubblicati su The New England Journal of Medicine aggiungono un dato che cambia il tono della discussione: nei pazienti con microplastiche nelle placche aterosclerotiche il rischio di infarto, ictus e morte è significativamente più alto. Non è ancora causalità dimostrata, ma non è neanche un dettaglio statistico”.

Se davvero ingeriamo microplastiche ogni giorno, perché questo tema non è ancora entrato nelle linee guida ufficiali di prevenzione?
“Perché la letteratura scientifica si sta formando adesso. Ma guardi che ogni giorno escono studi su questo tema. Il filone è ormai consolidato. Io credo che ci entrerà presto, perché è un problema che dobbiamo affrontare, proprio perché ormai siamo invasi dalla plastica. Proprio ‘invasi’ è la parola che torna più spesso. Non per effetto retorico, ma per descrivere una normalità che abbiamo smesso di vedere: imballaggi, contenitori, filiere produttive costruite sulla plastica”.

Contro l’acqua in bottiglia

Mi conferma che vorrebbe avviare anche una battaglia sull’acqua minerale in bottiglia? In altre parole, bere acqua in plastica non è più una scelta neutra?
“Io dico che abbiamo un’acqua straordinaria in Italia. E abbiamo sistemi di microfiltrazione domestica. Bere acqua del rubinetto significa ridurre l’esposizione alla plastica e anche l’inquinamento. È una scelta semplice, concreta”.

Che fare

Se dovesse dare tre indicazioni realistiche per ridurre l’esposizione quotidiana?
“La prima: evitare le bottiglie di plastica quando possibile. La seconda: ridurre l’uso degli imballaggi, che sono ovunque. La terza: usare alternative, come borracce in materiali diversi. Un tempo si usava materiale in legno, per esempio, Quindi il discorso non è eliminare la plastica tout court, ma usarne meno dove si può”.

L’industria della plastica sta minimizzando come è successo in altri settori?
“Non so se minimizza, ma sicuramente manca sensibilità. E non solo tra i produttori, anche tra i consumatori. Si guarda alla comodità. Ma qui non c’è solo la salute umana. C’è un danno ambientale enorme, a 360 gradi”.

Quindi niente allarmismi, ma neanche alibi?
“Esatto. Dove si può evitare la plastica, va evitata. Il problema è che finora l’abbiamo usata anche dove non serviva. Il punto, alla fine, è smettere di usarla come risposta automatica a ogni esigenza. Perché la differenza, oggi, non la fa la singola esposizione. La fa la somma quotidiana. E quella, ormai, riguarda tutti”.

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