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Disturbi alimentari nei bambini, cosa è l’ARFID: degli alimenti temono aspetto, consistenza, odore e perfino temperatura

Dal riso e pasta al mondo intero: la storia di Giulio mostra come l’ARFID influisca sulla nutrizione e sul rapporto con il cibo
Disturbi alimentari nei bambini, cosa è l’ARFID: degli alimenti temono aspetto, consistenza, odore e perfino temperatura
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Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo: proprio di questo soffriva il cinquenne Giulio, ridottosi a mangiare solo pasta e riso, come racconta un recente articolo pubblicato su Vanity Fair. L’ARFID interessa soprattutto i bambini, mettendone a rischio lo sviluppo psicofisico. È quindi essenziale individuarlo e curarlo.

A un certo punto, Giulio si era messo a mangiare solo carne e pesce gratinati, pasta e riso in bianco, limitandosi poi solo agli ultimi due. E anche se il piccolo era tutto sommato sereno, i genitori non si sentivano giustamente tranquilli. Così, grazie all’intervento terapeutico e al corso Mani in Pasta della USL Umbria 1 di Umbertide, che ha insegnato al bimbo il contatto diretto con il cibo, a tavola le cose hanno cominciato a cambiare in meglio. Il suo era proprio un caso di ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), un disturbo del comportamento alimentare (DCA) definito ufficialmente solo nel 2013, quando è andato ad aggiungersi al novero di altri già tristemente noti, come anoressia, bulimia e binge eating.

Un disturbo alimentare a sé

L’ARFID non indica banalmente un bambino schizzinoso, ma un fenomeno ben più complesso che dal 2019 ha mostrato un aumento dell’incidenza del 60% e che interessa il 5-14% dei bambini, per il 60% maschi – contrariamente alla maggior parte dei DCA. Come spiega la dott. Liliana Giorgi, nutrizionista funzionale di Roma, esperta in disordini e disturbi alimentari, “si tratta di un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da un’assunzione di cibo insufficiente o estremamente selettiva, che può portare a carenze nutrizionali, perdita di peso o difficoltà nella crescita. A differenza di altri disturbi alimentari, nell’ARFID non è presente una preoccupazione per il peso corporeo o per l’immagine di sé: la restrizione non è motivata dal desiderio di dimagrire, ma da altri fattori”. Quindi, diversamente da quanto si verifica nell’anoressia e nella bulimia, nell’ARFID nessuna preoccupazione per l’aspetto fisico; piuttosto, “il problema è l’evitamento o la limitazione del cibo per motivi sensoriali, emotivi o di scarso interesse”. Degli alimenti, il bimbo può temere aspetto, colore, consistenza, odore o perfino temperatura. “Una marcata sensibilità sensoriale è tra i fattori principali. In altri casi, il disturbo può insorgere dopo esperienze negative legate al cibo, come episodi di soffocamento, vomito o dolore, che generano una vera e propria paura di mangiare. È frequente anche la presenza di tratti ansiosi o rigidi, talvolta associati a condizioni neuro-evolutive come disturbi dello spettro autistico o ADHD. Possono inoltre essere coinvolti fattori biologici legati alla regolazione dell’appetito”.

L’infanzia, una fase delicata

“Per quanto riguarda l’età di insorgenza, l’ARFID compare più frequentemente in età infantile, spesso tra i 2 e i 10 anni, anche se può persistere o essere diagnosticato in adolescenza o in età adulta. Questo lo differenzia dagli altri disturbi alimentari, che tendono a emergere prevalentemente durante l’adolescenza”. Fin verso i 4 anni non è insolito per i bimbi rifiutare cibi nuovi ma successivamente, in alcuni casi, permane questa restrizione per la quale i cibi possono ridursi di numero (meno di 10) e/o di volume. Anche se è facile per i genitori sentirsi in colpa, l’esperta tranquillizza: “Le cause dell’ARFID sono multifattoriali e non possono essere ricondotte a responsabilità educative o genitoriali”. Genitori ed educatori devono comunque cogliere i segnali a partire dalla netta riduzione dei cibi. “Spesso si osservano ansia durante i pasti, evitamento di situazioni sociali legate al cibo o, al contrario, uno scarso interesse per il mangiare”. Un comportamento che può portare a calo o mancato aumento di peso, carenze nutrizionali, ritardi nello sviluppo, isolamento sociale, ansia per il cibo. Prima che si verifichi tutto ciò bisogna correre ai ripari.

Un intervento soft

“Spesso è utile un approccio multidisciplinare, con il supporto di nutrizionista e psicologo, per agire sia sull’alimentazione sia sugli aspetti emotivi. L’obiettivo non è solo far mangiare di più, ma migliorare il rapporto con il cibo riducendo ansia e rigidità”, fa presente la dott. Giorgi, sottolineando poi l’importanza di un intervento morbido. “È fondamentale evitare pressioni o conflitti durante i pasti, che aumentano l’ansia e il rifiuto. Si lavora invece con una esposizione progressiva ai cibi, partendo da quelli più simili a quelli già accettati, in un ambiente sereno e prevedibile”, conclude l’esperta. Altrettanto importante è la sensibilizzazione nei confronti dell’ARFID e degli altri disturbi alimentari. Proprio per questo è nata la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, che dal 2012 cade ogni anno il 15 marzo.

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