Il controllo del Monte dei Paschi di Siena alla prova del voto con la nuova legge che avrebbe dovuto aiutare Caltagirone
Dopo settimane di posizionamenti e riposizionamenti delle truppe in campo, tra chiacchiericci e dicerie, la battaglia per il controllo del Monte dei Paschi di Siena entra nel vivo, dando la parola ai soci che si riuniscono oggi in assemblea per nominare il nuovo consiglio di amministrazione della banca più travagliata d’Italia. Sul piatto c’è la gestione del gruppo salvato dallo Stato, che ha da poco conquistato Mediobanca portando il controllo delle Generali, il più importante – e unico – conglomerato finanziario del Paese, sotto l’ala degli eredi Del Vecchio e di Francesco Gaetano Caltagirone. Con la benedizione del ministero dell’Economia che ancora ha in mano il 4,9% dell’istituto oggi candidato a terzo polo bancario italiano.
Lo scontro è senza precedenti, non solo per gli eventi inediti che si sono già svolti, ma anche per le modalità che verranno utilizzate per nominare il consiglio di amministrazione che rendono estremamente difficile fare una previsione realistica sugli esiti del voto. Il Monte dei Paschi è la prima società quotata ad aver presentato una lista di candidati per il nuovo cda proposta dal board uscente secondo le regole della legge Capitali. Quella varata l’anno scorso dal governo Meloni, che aveva prestato orecchio alle lamentele di Caltagirone sui meccanismi di autoperpetrazione dei consigli di amministrazione. Era un’era geologica fa, quando il costruttore romano e Del Vecchio non riuscivano a entrare nella stanza dei bottoni delle Generali nonostante ne fossero azionisti più che rilevanti, mentre il consiglio di amministrazione della compagnia si andava rinominando con il placet della vecchia Mediobanca pre conquista. La norma che porta la firma del sottosegretario all’Economia e aspirante presidente della Consob, Federico Freni, sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2025, giusto in tempo per l’ultimo rinnovo del consiglio di amministrazione delle Generali. Poi però le verifiche della Consob sono andate lunghe e così si parte quest’anno. Quando, cioè, gli ispiratori della legge Capitali si trovano in una condizione diametralmente opposta, con Caltagirone che in questo caso sostiene la lista del cda. Ma con le nuove regole il consiglio non ha la strada spianata neanche se la sua lista ottiene la maggioranza dei voti in assemblea. In tal caso, infatti, la norma prevede che i candidati vengano votati singolarmente da tutti gli azionisti, anche da quelli che hanno sostenuto altre compagini. E così non è detto che la lista vincente venga poi rispecchiata nella composizione finale del consiglio di amministrazione. Dove per altro le poltrone saranno assegnate proporzionalmente a tutte le liste votate
Una faccenda maledettamente complessa, con interessi sul tavolo che vanno dal livello zero del contribuente che ha finanziato suo malgrado il salvataggio della banca, alla ragion di Stato della buona salute delle Generali, passando per il governo che non può permettersi altri scivoloni o il patron di Delfin, Francesco Milleri, che ha già abbastanza problemi con i suoi litigiosi azionisti e con l’inchiesta della procura milanese sulla scalata a Mediobanca che tra il resto lo mette in difficoltà con i suoi soci francesi. E poi c’è il grande vecchio, Caltagirone, che con questa partita corona la battaglia della vita. Ma qui basta un granello al posto sbagliato e sono guai. Figuriamoci quando, a fine febbraio, il consiglio di amministrazione che stava terminando la stesura della lista ha deciso di escludere dai candidati l’amministratore delegato uscente, Luigi Lovaglio, che aveva appena presentato al mercato il nuovo piano industriale del gruppo, inclusa la fusione con Mediobanca. Un tema, quest’ultimo, che secondo gli osservatori è stata la fonte dei dissapori tra il banchiere e il suo azionista Caltagirone, insieme al quale è per altro indagato a Milano perché sospettato di aver aiutato il costruttore romano e il numero uno della holding dei Del Vecchio a conquistare Mediobanca (e quindi Generali) in base a un accordo – è l’ipotesi alla base dell’indagine ancora in corso – che sarebbe stato tenuto segreto al mercato. Con tutto ciò che ne consegue.
E così, primo colpo di scena, Lovaglio che fino ad allora viaggiava verso una riconferma, è stato tagliato fuori. Al suo posto, altro colpo di scena, il board ha candidato una terna costituita da un favorito che però non è un banchiere, l’attuale amministratore delegato di Acea Fabrizio Palermo, l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo fresco del disastro Illimity, Corrado Passera e un banchiere di lungo corso mai arrivato al vertice di un grande gruppo, Carlo Vivaldi. La terna poi si è ridotta a un candidato unico, Palermo, nonostante i dubbi della Bce sulla sua idoneità all’incarico che sarà definitivamente vagliata solo se il candidato verrà effettivamente nominato. Il secondo colpo di scena è stata il rientro in corsa di Lovaglio che, dopo essere uscito dalla porta, è subito rientrato dalla finestra, grazie al sostegno di un piccolo azionista del Monte, la Plt della famiglia Tortora, che lo ha ricandidato dopo essere riuscita a mettere insieme in poco tempo una compagine di qualità riscuotendo un discreto e interessante seguito, come quello del gestore del fondo sovrano norvegese Norges e del potente fondo Usa Blackrock che hanno annunciato il loro voto alla lista nonostante nel frattempo Lovaglio sia stato anche licenziato in tronco dal suo incarico di direttore generale della banca. Ovviamente la lista del consiglio resta in testa, ma poi c’è l’incognita del voto individuale. Anche perché i proxy advisor, che sono i consulenti dei fondi che in Montepaschi hanno la maggioranza, hanno studiato il caso e consigliato ai loro clienti di votare per la rosa del cda uscente. Ma non per tutto il pacchetto: Iss ha addirittura consigliato di bocciare la ricandidatura del presidente uscente, Nicola Maione, oltre a quella del presidente del comitato nomine Domenico Lombardi e di altri 6 candidati vicini a Caltagirone, incluso il figlio dell’ingegnere, Alessandro. Promosso invece Palermo, le perplessità sul quale vengono superate, secondo il consulente, dal fatto che insieme a lui a governare la banca ci sarebbero figure esperte come Passera e Vivaldi. Glass Lewis non si discosta molto dai colleghi, ma salva Maione.
Poi sono arrivati i primi segnali di risposta degli investitori. Per esempio Teacher Retirement Texas e New York City Comptroller voteranno per la lista del cda. E chissà se a convincerli sono stati di più i proxy o i racconti, rigorosamente anonimi, che riferiscono che Palermo sia molto sensibile alla netta distinzione – e quindi separazione – tra Mediobanca e Mps. Tanto che chi l’ha incontrato in queste settimane non si stupirebbe se in caso di una sua nomina si riaprisse il cantiere sui termini del piano industriale approvato da Lovaglio e già sottoposto alla Bce, che per altro è in linea con le promesse fatte a suo tempo agli azionisti di Mediobanca per farli aderire all’offerta del Monte. Dalla banca non è stato possibile avere un chiarimento sul punto, mentre la Bce respinge l’ipotesi con un secco “no comment”. D’altro canto, come si legge nello stesso comunicato del Montepaschi che ha annunciato il piano, tra Mps e la fusione per incorporazione di Mediobanca ci sono ben 6 clausole sospensive. Una delle quali è l’approvazione dell’assemblea straordinaria degli azionisti che è di là da venire. Ma nella quale i soci che non sono d’accordo potranno dire la loro. Insomma, stando così le cose fare una previsione granitica è davvero impossibile, perché può succedere di tutto.