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Quando l’Italia giustificava le guerre d’Israele: dal “diritto all’autodifesa” (contro i civili) ai voti per impedire la tregua a Gaza

Il governo di Giorgia Meloni ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum Italia-Israele, ma per due anni e mezzo ha giustificato (quasi) tutte le azioni belliche di Tel Aviv
Quando l’Italia giustificava le guerre d’Israele: dal “diritto all’autodifesa” (contro i civili) ai voti per impedire la tregua a Gaza
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Ci sono voluti due anni e mezzo, una guerra a Gaza, una in Libano e due con l’Iran, senza dimenticare le uccisioni sommarie in Cisgiordania, per un totale di poco inferiore a 100mila morti, per assistere a un primo sussulto del governo italiano contro Israele. Non è ancora chiaro quali conseguenze pratiche comporterà, ma il governo di Giorgia Meloni ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum Italia-Israele dopo gli ultimi sviluppi bellici e, soprattutto, il deterioramento dei rapporti diplomatici tra Roma e Tel Aviv, con la convocazione dell’ambasciatore italiano nello ‘Stato ebraico’ seguita alle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che aveva definito “inaccettabili” i bombardamenti di Israele sui civili in Libano. Una presa di posizione, quella di Roma, che contrasta, però, con due anni e mezzo di giustificazioni e silenzi che hanno impedito, salvo episodi specifici, di condannare pienamente il genocidio di Israele a Gaza e gli attacchi indiscriminati contro Stati sovrani, in piena violazione del diritto internazionale.

Stessa situazione, un anno e mezzo fa. Il 2 ottobre 2024, il ministro Tajani, in un’intervento alla Camera, parla proprio dei raid d’Israele in Libano che stavano, anche allora, mietendo vittime civili, soprattutto a Beirut. In quell’occasione, però, la sua fu una difesa senza tentennamenti di Israele e della sua aggressione nei confronti di uno Stato che non gli aveva dichiarato guerra. In quel caso, disse, si trattava di “autodifesa nel pieno rispetto del diritto internazionale perché lo Stato libanese non era in grado di tenere a bada le milizie di Hezbollah. Una situazione, sulla carta, identica a quella odierna che, però, ha convinto il capo della Farnesina a prendere posizione contro l’operato del governo Netanyahu.

Nel corso dello stesso intervento, Tajani ha voluto precisare che l’accusa di difendere Israele indipendentemente dagli atti che compie era illegittima. Perché, ricordò, fu lui a intervenire in maniera critica dopo il bombardamento della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza e contro la Chiesa ortodossa di San Porfirio, sempre nella Striscia. È proprio questo il punto: le uniche, flebili critiche arrivate dall’Italia a Israele si sono registrate solo quando vittime sono stati il contingente Unifil a guida italiana di stanza nel Sud del Libano o i cristiani in Medio Oriente, come negli episodi citati o in quello del divieto d’accesso al Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, al Santo Sepolcro. Sulle stragi di civili nella Striscia e in Cisgiordania, sui raid indiscriminati e ingiustificati sull’Iran, sui bombardamenti nelle aree residenziali in Libano l’Italia non ha mai alzato la voce. Ha, come ricordato da Tajani, semplicemente votato a favore in Europa per le sanzioni contro “i coloni violenti”.

Una difesa talmente smaccata che ha portato sempre Tajani a pronunciare una frase che rimarrà tra le più celebri del suo mandato alla Farnesina: “Il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto“. Queste parole, pronunciate dal capo della diplomazia di uno dei Paesi del G7, sono state usate dal leader di Forza Italia per giustificare l’azione israeliana contro la Global Sumud Flotilla, assaltata in acque internazionali per impedire che rompesse il blocco su Gaza portando aiuti umanitari. Mentre le persone che hanno viaggiato a bordo delle navi dirette nella Striscia, tra cui attivisti e giornalisti, erano in mano alle Forze di Difesa israeliane e denunciavano gli abusi fisici subiti, il ministro degli Esteri, a Porta a Porta, disse: “Secondo me il blocco di Israele in acque internazionali è una violazione del diritto internazionale (…) Comunque quello che dice il diritto è importante, ma fino a un certo punto. Lì c’è un’area di guerra e Israele non poteva permettere che qualcuno violasse il blocco navale perché sarebbe stato un segno di debolezza che sarebbe stato utilizzato da Hamas“. Peccato che quel blocco navale, come aveva appena detto, era ed è illegale.

Se la storica amicizia di Tajani con Israele e il suo impegno per il dialogo interreligioso gli sono valsi l’intitolazione di un bosco in Israele, per l’altro vicepremier, Matteo Salvini, è stato addirittura creato un premio ad hoc. Il leader della Lega, sempre pronto a difendere ogni azione di Tel Aviv senza il minimo indugio, a luglio 2025 ha addirittura ricevuto il Premio Israele-Italia 2025, creato proprio quell’anno dall’dall’Istituto Friedman, dall’Unione delle associazioni Italia-Israele, dal Maccabi World Union, dall’Israel’s defend and security Forum e da Alleanza per Israele. Così, a metà settembre, in un’intervista con una tv israeliana ha voluto legittimare la scelta della commissione arrivando a dire che le proteste in favore della Palestina che si vedevano nelle strade di tutta Europa erano sostenute da persone che “non sanno per cosa protestano” e che la decisione della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite di definire gli atti di Israele a Gaza un genocidio “vale come alcune istituzioni europee che sono contro Israele per principio e sono complici di un antisemitismo dilagante“. Oggi, interpellato sulla decisione del governo, però, ha dovuto abbassare i toni dicendosi a favore. Anche se, dice, non ne conosce i motivi: “Non lo so, non l’ho presa io” la decisione.

Giorgia Meloni, invece, nelle dichiarazioni è stata più cauta, lasciando parlare gli esponenti del suo partito. Come Giulio Terzi di Sant’Agata che, di fronte alle critiche delle opposizioni in aula al Senato, si è immolato in difesa del governo accusando la sinistra di “alimentare il fuoco dell’antisemitismo. Ma le posizioni della leader di FdI sono emerse soprattutto con le votazioni dell’Italia in Unione europea e alle Nazioni Unite. A maggio 2025, ad esempio, 17 paesi del Consiglio Affari Esteri dell’Ue votarono a favore della proposta dei Paesi Bassi di rivedere l’accordo di partenariato con Israele. Tra questi, però, non c’era l’Italia che insieme a Germania, Ungheria, Croazia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Repubblica Ceca e Lituania votò contro, mentre la Lettonia si astenne. Già il 30 ottobre 2023, a meno di un mese dall’inizio dei raid su Gaza, quando il numero delle vittime era già molto alto, l’Italia e altri Paesi del G7 si astennero sulla risoluzione Onu che chiedeva un immediato cessate il fuoco nella Striscia. In quel momento, il refrain più utilizzato era quello del “diritto di Israele a difendersi“. Stessa posizione, quella dell’astensione, tenuta un anno fa, quando sempre alle Nazioni Unite si votò per accogliere la Palestina come membro. Una volta, però, Meloni il suo punto di vista lo ha espresso. A giugno 2025, al G7 in Canada, la presidente del Consiglio si disse a favore dell’attacco sferrato allora da Israele all’Iran: “Ho sempre pensato che lo scenario migliore fosse quello di un popolo oppresso che riesce a rovesciare il regime. Ma bisogna fare il pane con la farina che si ha, ciò che conta è impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare”.

X: @GianniRosini

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