Porno online, il Tar cancella la verifica dell’età degli utenti imposta da Agcom: cosa resta del “pasticciaccio brutto”?
Qualche mese fa l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni aveva trionfalmente annunciato (dopo l’emissione del decreto Caivano da parte del governo) di aver trovato la soluzione al problema dell’accesso dei cittadini italiani ai siti porno.
Sulla base di questa difficile missione affidatagli dal governo, l’Autorità aveva emesso alcune delibere con le quali onerava alcune piattaforme presenti in Italia, in Europa e in altri Paesi del mondo, dell’obbligo di adottare meccanismi di verifica dell’identità di chi accedeva a tali siti hard, pena il blocco all’accesso dei siti per i cittadini italiani.
Passato qualche mese ed emessi un paio di provvedimenti contro modesti siti italiani (lo stesso giorno in cui peraltro si sarebbe dovuto discutere il ricorso al Tar) la vicenda, su impulso di alcune società con sede in altro paese europeo, è stata trattata dal Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, che ha annullato per loro la delibera dell’Agcom. Disapplicando anche, a quel fine, anche l’articolo del decreto Caivano che doveva fungere da impalcatura normativa per l’Agcom.
A questo punto nelle ore (in verità, sorprendentemente nei primi minuti) dal deposito delle quattro sentenze del Tar che hanno annullato la delibera, il 7 aprile scorso, si è sparsa la voce che nulla sarebbe cambiato rispetto agli altri siti italiani o extra-europei, come se l’annullamento del provvedimento da parte del Tar fosse in realtà un avallo alla verifica dell’età per accedere ai siti, come proposto dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni.
Solo che non sembra affatto cosi: perché ad agire per fare annullare la delibera sono state società stabilite (come si dice nella terminologia eurounitaria) in Europa, facendo quindi riferimento solo ed esclusivamente alla parte della delibera che riguardava loro (non quindi siti stabiliti in Italia o siti stabiliti in Europa), con la conseguenza che non si capisce il perché un ricorso che non aveva riguardato i siti extraeuropei (e una sentenza che non aveva minimamente affrontato la questione) si dovrebbe applicare in negativo a soggetti e a ipotesi mai decise.
Quella parte della delibera invece che – si ricordi – si fonda solo su una norma italiana e non su norme europee semplicemente non è stata dichiarata conforme a nessuna norma, né avallata da nessuno, né dal Tar né eventualmente dal Consiglio di Stato, né da una Corte di Giustizia. Insomma, da nessuno.
Da nessuno, eccettuata l’Agcom, che però nelle sue stesse delibere sull’age verification, quando si sofferma a definire quali siano i destinatari della norma, stabilisce che “1. Il presente provvedimento, adottato in attuazione dell’art. 13-bis, comma 3, del decreto, si applica ai gestori di siti web e dalle piattaforme di condivisione di video che diffondono in Italia immagini e video a carattere pornografico, stabiliti in Italia o stabiliti in un altro Stato membro. Detti soggetti sono individuati in una lista compilata e aggiornata dall’Autorità, nonché comunicata dalla stessa alla Commissione europea”.
Quindi i siti europei, non quelli fuori dall’Europa. Proprio quelli però per i quali è stata annullata la delibera.
Quindi ricapitolando: per i siti europei la delibera per la verifica dell’età dell’Agcom non vale, secondo quello che dice il Tar, almeno sinché non saranno adottate le lunghe e difficili procedure europee e/o dei paesi dove sono stabiliti i siti. Quelle fuori dall’Europa nemmeno, perché nessun tribunale ne ha stabilito l’applicazione anche a loro e perché l’Agcom, negli stessi atti, dichiara che l’ambito soggettivo delle delibere sono piattaforme di condivisione di contenuti e video che diffondono in Italia immagini e video a carattere pornografico, stabiliti in Italia o stabiliti in un altro Stato membro. Che però, appunto sono “salve” per via del Tar.
Quindi, cosa rimane del “pasticciaccio brutto” di via Isonzo, rispetto alla verifica dell’età per siti hard? Praticamente nulla, con l’eccezione dei siti stabiliti in Italia, sui quali probabilmente, almeno per ragioni territoriali, l’Agcom potrebbe avere la competenza a decidere.
Il risultato di questa vicenda è che le piccole imprese italiane che hanno tentato la strada di contenuti per adulti sono ora bloccate, perché nel frattempo l’Agcom ha emanato degli ordini di inibizione nei loro confronti, mentre le grandi multinazionali, o chi comunque ha sede all’estero, possono continuare il loro business aspettando il Godot del prossimo feuilleton digitale.