Madre e figlia uccise con la ricina, gli investigatori a caccia del veleno nella casa sotto sequestro. La svolta del caso da un capello
Gli investigatori torneranno a Pietracatella nell’abitazione della famiglia Di Vita, ancora sotto sequestro da tre mesi, per cercare eventuali tracce di ricina, la tossina che ha ucciso Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sua figlia Sara Di Vita, 15 anni. La casa resta il fulcro delle indagini: è qui, secondo gli investigatori, che il veleno sarebbe stato somministrato, probabilmente a più riprese, tramite alimenti o bevande. Dopo settimane di analisi scientifiche nei laboratori italiani e internazionali, la svolta è arrivata con il ritrovamento della sostanza nel sangue di entrambe le vittime e, in modo sorprendente, anche in un capello di Antonella Di Ielsi. Le vittime si erano sentite male nelle ore precedenti il Natale, e i decessi sono avvenuti tra il 27 e il 28 dicembre 2025 all’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove madre e figlia erano giunte in condizioni disperate. La ricina, tra le sostanze più letali in natura, blocca la sintesi delle cellule causando danni progressivi agli organi e collasso multiorgano.
Il fascicolo per duplice omicidio volontario a carico di ignoti è ora alla Procura di Larino, che coordinerà le indagini, mentre la Squadra Mobile di Campobasso continuerà gli accertamenti scientifici e forensi. Gli investigatori, guidati dal capo della Mobile Marco Graziano, non escludono alcuna pista, ma la particolare modalità di somministrazione del veleno orienta le attenzioni verso l’ambito familiare. Gli inquirenti hanno anche acquisito per omicidio colposo aperto dalla procura di Campobasso: le due donne avevano consultato la guardia medica prima di arrivare in condizioni disperate in ospedale.
Le ricerche si concentreranno sui pasti consumati nei giorni precedenti a Natale, indicati come chiave, quando erano assenti la figlia maggiore Alice, 18 anni, e il padre Gianni Di Vita, 55 anni, che accusò lievi sintomi. I sopralluoghi puntano a verificare se vi siano residui della sostanza negli ambienti, utensili o contenitori domestici. Il caso, che inizialmente era stato ritenuto un episodio di intossicazione alimentare e aveva portato a iscrivere cinque medici, ha assunto i contorni di un duplice omicidio premeditato. Gli accertamenti coinvolgono laboratori di tossicologia in Italia e all’estero, tra cui il Policlinico di Bari, il Centro antiveleni Maugeri di Pavia e strutture in Svizzera, in un’indagine che segue la scia di altri casi domestici di avvelenamento, spesso scoperti solo grazie a sofisticate analisi scientifiche. Il lavoro della Polizia scientifica, tra rilievi sulla scena e campionamenti di ogni possibile superficie e oggetto, punta a ricostruire la sequenza dell’avvelenamento e a risalire all’autore del gesto.