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Se vinci una medaglia apparirai, altrimenti scompari. Lo sport è ormai tutto sponsor e diritti tv

Tutto grava sulle spalle dell’atleta, dei nostri figli. L’interesse economico mira solo a produrre campioni, come in una catena di montaggio. Gli infortuni sono aumentati esponenzialmente
Se vinci una medaglia apparirai, altrimenti scompari. Lo sport è ormai tutto sponsor e diritti tv
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di Italo Gerardi Scotti*

Si sono appena conclusi i Giochi Olimpici invernali ed è tempo di bilanci. Ma per una volta proviamo a staccarci dalla comunicazione ufficiale che meccanicamente ed acriticamente ci ripete e ci ripeterà all’infinito che i Giochi sono stati un successo, che tutti hanno apprezzato le capacità organizzative italiane, che tutto questo dimostra la bontà del movimento sportivo italiano. Questa è la facciata che ci racconta di uno sport di immagine, che avrebbe il vantaggio di stimolare i giovani a fare, per emulazione, attività sportiva, con tutto il benessere che ne deriva in termini di salute, socialità e benessere psicologico. La realtà è ben diversa. Gli studi di settore ci dimostrano che l’abbandono precoce della pratica sportiva (il cosiddetto burnout sportivo) è altissimo, il numero di giovani che continuano con l’attività sportiva è in calo rispetto al passato, che gli infortuni sportivi sono in aumento esponenziale.

Nell’epoca in cui viviamo, lo Sport è andato sempre più adattandosi ad una visione dell’uomo inteso come macchina, sempre più specializzata, da perfezionare per ottenere la massima performance fisica e lo Sport è diventato uno dei tanti mezzi per ottenere fama, successo e denaro.

Nel fare questo si sono perse le caratteristiche di base dello Sport, un’attività che contribuisca alla crescita complessiva dell’essere umano, dal punto di vista fisico, psichico e morale. Un’attività orientata al Benessere dell’Uomo.

È stato generato un modello di Sport sempre più esasperato dove si esalta la competizione, il risultato, la necessità di fare spettacolo, con conseguenze negative sul praticante in termini di esclusione, stress fisici (infortuni) e mentali. Se è vero che un Campione dal suo successo ricava spesso fama e guadagni esorbitanti, molto più che un tempo, è altrettanto vero che il 99,99 % dei praticanti, pur non riuscendo a raggiungere quel successo, si trova a dover sacrificare la propria vita sociale, di affetti, di crescita personale e culturale per dedicarsi in toto alla pratica sportiva.

Molti genitori e molti praticanti aspirerebbero ad uno Sport che faccia bene al fisico, alla mente e che non escluda un ragazzino dall’attività sportiva solo perché ritenuto, dall’allenatore, non in grado di diventare un campione. Invece l’organizzazione dello sport in Italia (ma non solo in Italia) a partire dal CIO dal CONI e dalle Federazioni Nazionali è orientata e strutturata solo alla formazione dei Campioni. Il fine ultimo diventa il formare i ragazzini per partecipare alle competizioni, sottoponendoli ed obbligandoli, fin da subito, a sessioni continue di allenamento che li privano del tempo per coltivare una vita normale dedicata anche agli studi e alla socialità. È un modello da seguire? Per ogni nazionale di calcio ci sono migliaia di ragazzini che, pur sacrificando studi, socialità, famiglia, non sono mai arrivati al successo. Per questo hanno abbandonato. Gli infortuni, come ci hanno dimostrato Lindsey Vonn e Federica Brignone, e come confermano le statistiche, sono aumentati esponenzialmente, in chiara contraddizione con il benessere che nello sport si dovrebbe perseguire.

Lo sport si è smarrito e sta perdendo i suoi valori fondamentali perché ha lasciato che a predominare siano il business e l’aspetto economico. Attorno a pochi campioni diventano famosi si arricchisce un mondo composto da società, federazioni, procuratori e anche dal Coni. Più prestigio significa più finanziamenti, con i soldi che derivano soprattutto da sponsor e diritti televisivi.

In ultima analisi tutto grava sulle spalle dell’atleta, dei nostri figli. L’interesse economico mira solo a produrre campioni, come in una catena di montaggio. Interessa che esca un campione su 1.000 praticanti, mentre gli altri 999 sono un effetto collaterale, un prodotto di scarto del processo di produzione. Serve un campione che faccia spettacolo, che poi la televisione rivenderà. Serve un campione che faccia vendere più scarpe o qualsiasi altro prodotto. Perché ci stupiamo, allora, del fenomeno doping, che è in antitesi con il benessere dello sportivo, ma perfettamente in linea con la necessità di ottenere il massimo profitto dal “prodotto” atleta?

Questa è l’immagine che ci ha trasmesso e ribadito l’Olimpiade, al di là di belle parole di facciata che ci raccontano di inclusione, fraternità, amicizia. Quello che conta è primeggiare a discapito degli altri e vincere, con buona pace del motto di De Coubertin: “L’importante è partecipare”.

Se vinci una medaglia apparirai, sarai invitato dal presidente Mattarella e ti cercheranno gli sponsor. Altrimenti scompari. Nel baraccone olimpico gli stessi atleti, nel loro complesso, al di là di brevi passerelle sono messi in disparte. Dovrebbero essere loro il centro, in realtà sono solo il mezzo del prodotto televisivo e degli sponsor che con il loro denaro muovono tutto. Le Olimpiadi, che nella loro sacralità originale portavano la tregua da ogni conflitto, sono ora usate per escludere e boicottare il nemico di turno. Con buona pace di tutta l’ipocrita narrazione che ce ne fanno i media e chi gestisce tali manifestazioni, questa è l’Olimpiade che ci hanno mostrato.

* Promotore del progetto AlterSport – TuttAltroSport!

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