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Ingegnere in Austria. “In Italia colloqui di lavoro snervanti, devi sempre fare la gavetta. Qui mi pagano di più e mi rispettano”

Luca Contardo ha 46 anni, un bimbo di tre, e da 12 se n'è andato all'estero. In Austria ha trovato un ambiente che gli consente di vivere e sentirsi professionalmente soddisfatto. “Qui non ho mai lavorato il venerdì pomeriggio. Mai. Il massimo è stato fino alle 13”
Ingegnere in Austria. “In Italia colloqui di lavoro snervanti, devi sempre fare la gavetta. Qui mi pagano di più e mi rispettano”
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Per molti italiani cercare lavoro è una prova di resistenza. Ore sottratte alla vita, colloqui ripetuti, attese infinite e, spesso, la sensazione di dover ringraziare per qualsiasi cosa. Per queste ragioni, 12 anni fa, Luca Contardo ha iniziato a guardare oltreconfine. In Austria non cercava una fuga, ma una misura diversa del valore del proprio tempo. “Ci arrivai quasi per gioco”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Quasi” perché quel “gioco” nasceva da un sentimento molto italiano: l’autosvalutazione. Ingegnere meccanico, tre anni in una grande azienda di automotive come progettista veicolo, Luca aveva iniziato a guardarsi intorno perché l’Italia, semplicemente, gli stava diventando stretta. Non per mancanza di lavoro, ma per una cultura che, dice, “ti schiaccia psicologicamente”.

“In un colloquio di lavoro, dopo preselezioni e controlli vari, alla mia richiesta di stipendio mi risposero che dovevo già ritenermi fortunato ad avere un lavoro del genere”. Un messaggio chiaro, ripetuto in mille forme: non vali quanto pensi, ringrazia e stai zitto. Dopo mesi di colloqui “snervanti e spossanti”, quasi per sfida Luca manda una candidatura in Austria, in una casa produttrice di motocicli. Tedesco inesistente, inglese “ai minimi sindacali”. Nessuna aspettativa. E invece, nel giro di un mese, primo colloquio online e poi invito in presenza. Retribuito. “Mi hanno rimborsato 150 euro per il viaggio da Bologna per ringraziarmi del tempo messo a disposizione. Fantascienza per un italiano”. È lì che qualcosa cambia. Non solo l’offerta, che supera ogni aspettativa, ma la concezione di rispetto. “Mi hanno praticamente ringraziato per aver dato loro l’opportunità di conoscermi”. Firma quasi subito.

I primi anni a tenerlo in Austria sono carriera, retribuzione e meritocrazia. Ma c’è dell’altro: “La qualità della vita, la natura, le persone, la semplicità del quotidiano. Mi fanno sentire a casa ogni giorno”. Luca parla spesso di una “cultura della denigrazione” tipicamente italiana. “Ti dicono sempre che non sei abbastanza bravo, che devi fare la gavetta, passare anni a fare cose poco interessanti. Anche se sai quanto vali, non ti senti mai davvero all’altezza”. In Austria l’impatto è opposto. Team giovani, responsabilità reali, e tanta fiducia. “Durante il colloquio chiesi l’età media del gruppo. Mi dissero chi si aggirava al massimo sui trent’anni. Io ne avevo 33 ed ero il più esperto. Mi resi conto dopo pochi mesi che la formazione italiana mi dava un vantaggio enorme”. La differenza più evidente sta nel tempo. “Qui non ho mai lavorato il venerdì pomeriggio. Mai. Il massimo è stato fino alle 13”.

Non è solo il caso della sua azienda: è così il Paese. Supermercati chiusi la domenica, negozi che abbassano le serrande presto. “Le persone hanno una vita da vivere”. In Italia, invece, Luca ricorda un’idea di disponibilità totale, continua, spesso inutile. C’è poi il tema legato alla sicurezza. A Bologna, in 3 anni e mezzo, subisce un furto in casa, uno in auto e una bici rubata. “Qui in Austria posso lasciare tranquillamente la porta aperta. Una volta ho dimenticato in giardino una reflex da oltre duemila euro. Nessuno l’ha toccata”. Episodi che sembrano di poco conto, ma che cambiano il modo in cui si vive. Il confronto diventa ancora più netto quando entra in gioco la sanità. Dopo una caduta in moto, Luca teme il peggio. “A Bologna mi avevano dato un appuntamento a 13 mesi per un esame all’orecchio. In Austria, il martedì vado dal medico per farmi controllare il ginocchio. Il venerdì faccio tac e risonanza. Pago solo un euro, per la spedizione del cd a casa”. Una settimana, un euro, tutto risolto.

Oggi Luca ha 46 anni, è vedovo e vive solo con suo figlio Leonard, un bimbo di 3 anni. È qui che la scelta di restare in Austria diventa definitiva. Nell’ottobre 2024 arriva un’offerta importante dall’Italia. Buona economicamente, interessante professionalmente. Ma insufficiente sul resto. “Avendo un figlio, non si scherza con certe cose”. L’asilo in Austria costa 43 euro al mese, che diventano 78 aggiungendo i pasti. In Italia, oltre 600 euro. “Qui li portano nel bosco, al lago, a sciare. Lì avrei dovuto ricominciare tutto da capo”. Luca osserva anche differenze sottili, ma profonde. “In Austria i bambini sono più calmi. Ho visto un bimbo chiedere le caramelle alla cassa del supermercato. La madre ha detto no. Fine. Nessuna scenata”. Per lui è il riflesso di una società meno stressata. “Se educhi un bambino nello stress, crescerà così”. Non idealizza però l’Austria. “Mi mancano l’Italia, la socialità, gli amici”. Ma pesa anche ciò che qui esiste e altrove no, come un centro per genitori che gli permette di andare gratuitamente da una psicologa da 2 anni e mezzo. “Mi aiuta tantissimo”. Ora la sua azienda è in crisi e Luca deve rimettersi in gioco. Ma la direzione è chiara. “Cercherò qui, vicino casa. Non solo per me, ma per mio figlio”. Le tasse? “In percentuale pago praticamente come in Italia, circa il 42%. La differenza è vedere come vengono spese”. E chiude con una riflessione amara: “Siamo abituati a parlare di primo e terzo mondo. Io vedo l’Austria come primo mondo, la Nigeria come terzo. L’Italia, purtroppo, come un secondo mondo”. Il suo sogno, oggi, non è più un ruolo o uno stipendio. “Il mio sogno ce l’ho davanti. Si chiama Leonard“.

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