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Giappone, oltre alla fioritura dei ciliegi c’è il sumo: uno sport, una lotta, una preghiera

Benché l’arena sia rumorosa si respira religiosità, una testimonianza dei corpi di fronte agli dèi
Giappone, oltre alla fioritura dei ciliegi c’è il sumo: uno sport, una lotta, una preghiera
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di Marco Pozzi

Il 19 marzo a Tokyo è iniziata ufficialmente lo hanami, la fioritura dei sakura, dei ciliegi simbolo della primavera. Nel definire le tappe per conoscere la cultura giapponese, oltre ad ammirare gli alberi nei parchi, i tanti italiani che in questi giorni visiteranno la città potranno concentrarsi anche sullo sport e visitare il Sumō Museum, il quale, aperto nel 1954, raccoglie stampe, documenti, oggetti, pezzi da cerimonia; è un centro di ricerca, luogo per conferenze di lottatori ed ex lottatori. E, se il periodo è giusto, potranno assistere a un incontro all’arena Ryogoku Kokugikan, nel quartiere di Ryogoku. Sarà un’sperienza da raccontare.

Quando si entra nell’arena, prima di accedere alla parte centrale dov’è il ring, si è accolti da un gran numero di negozi, con bevande e cibo, e negozi di abbigliamento e vari articoli, come se ci si trovasse in qualunque vicolo delle città; dietro teche di vetro, per l’ammirazione dei passanti, sono esposti trofei e foto. Colpisce che dentro l’arena non ci siano schermi; dove nei palasport ci sono mega-monitor per replay, grafica e pubblicità, lì, sopra il ring, sta sospeso un gigantesco baldacchino quadrato, in stile quasi shintoista, con drappeggi e nappe che nascondono le travi cui sono appesi i fari che illuminano l’incontro.

Il pubblico si siede in terra su cuscini, con postura picnic su prato. Benché l’arena sia rumorosa si respira religiosità, una testimonianza dei corpi di fronte agli dèi.

I lottatori vengono presentati insieme indossando una specie di grembiule decorato ‒ kensho mawashi ‒ con ideogrammi, simboli e sponsor, dalla cintura sino alle caviglie; stanno tutti in cerchio sul ring, uscendone in fila, lentamente. Una serie di uomini in kimono sale a pulire il dohyo con ramazze di saggina; poi altri compiono un giro del ring alzando alcuni stendardi, in qualità di sponsor.

A inizio d’ogni incontro i lottatori ‒ rikishi, o sumotori, o osumosan ‒ spargono sale sul ring per allontanare spiriti maligni e propiziare benedizione. Hanno capelli raccolti a crocchia ‒ oi-cho mage; si piazzano di fronte, come nella boxe, con in mezzo un arbitro ‒ gyōji ‒ in abito tradizionale, voluminoso e colorato, squadrato, sotto un copricapo nero, simile a un mago; si piegano sulle ginocchia, fra lo stretching e lo squat, facendo precipitare in terra il piede – lo shiko ‒ con teatralità.

Non si può colpire con pugno chiuso o negli occhi, né scalciare o tirare i capelli, o nei genitali, né piegare le dita, mentre schiaffi e colpi di taglio sono ammessi; una squadra di arbitri giudica fuori dal ring, discutendo collegialmente i casi dubbi. La cintura a perizoma che indossa ogni lottatore ‒ mawashi ‒ può essere afferrata per spingere l’avversario fuori dal ring; se si perde la cintura e si resta nudi, si viene squalificati.

L’incontro è velocissimo, spesso pochi secondi: schiaffi, colpi, di taglio, soprattutto spinte, aggrappi, prese, anche al collo, sbilanciamenti, controspinte, sgambetti, finché un lottatore esce dal ring oppure cade. Al termine i due si fanno l’inchino, lo sconfitto esce, il vincitore riceve dall’arbitro su una sorta di vassoio, simile a un ventaglio, i soldi che corrispondono al premio.

Di primo acchito, a un occhio inesperto, non si capisce quanto sia importante la tecnica per vincere, o quanto la forza bruta, quanto l’equilibrio o il peso, la concentrazione o il puro desiderio di prevalere; i lottatori stanno in silenzio, esprimono poche emozioni, né per caricarsi prima come in tanti sport, né dopo per esultare o disperarsi – quanto conterà la motivazione? c’è furore agonistico? o è una pratica essenzialmente mentale, tramite i corpi, una silenziosa preghiera da condividere a spinte brutali anziché sull’inginocchiatoio?

Chi non è abituato al sumo, ma lo è allo sport nei palasport o negli stadi, avverte subito qualche difficoltà a decifrare le varie dimensioni. Non aleggia la tensione d’un incontro di boxe, o di lotta libera o greco-romana cui talvolta si assiste alle Olimpiadi. Qualcosa ricorda le cronache delle competizioni preindustriali, o gli antichi Giochi in onore a Zeus e agli dèi, dove la spiritualità è un tutt’uno con la prova sportiva; è una fusione manifesta, sincera e un poco spiazzante rispetto allo sport moderno più conosciuto che definiremmo laico, ma che ha dentro di sé fedi ‒ nazionalismo, capitalismo ‒ più ambigue e subdole, indistinguibili poiché ormai scontate.

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