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La caduta di Pogacar è il senso della Milano-Sanremo: per vincere la corsa più imprevedibile serviva l’impresa più folle

Una gara destinata a restare tra le più belle di sempre: la Classica che lo aveva respinto, alla fine ha accolto il campione sloveno nel modo più spettacolare possibile
La caduta di Pogacar è il senso della Milano-Sanremo: per vincere la corsa più imprevedibile serviva l’impresa più folle
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Anche l’impresa più difficile, alla fine, è compiuta: Tadej Pogacar conquista la Milano-Sanremo 2026. Lo sloveno vince la Classicissima di Primavera, la più imprevedibile e ostica per le sue caratteristiche, proprio per questo diventata negli anni una sorta di ossessione personale. Alza le braccia al cielo dopo 299 chilometri che sono stati tutto tranne che lineari: una corsa epica, imprevedibile, decisa solo sulla linea d’arrivo di via Roma e destinata a restare tra le più belle di sempre.

È stata la Sanremo nella sua forma più pura, quella che sonnecchia per ore e poi esplode all’improvviso, trasformandosi in uno spettacolo totale. Una corsa che Pogacar sembra aver perso, quando aveva picchiato contro l’asfalto pochi km prima della salita della Cipressa. All’arrivo mancano 32 chilometri, per un attimo sembra finita. Non solo la corsa, ma anche l’ennesimo tentativo dello sloveno di conquistare un traguardo che gli era sempre sfuggito. Una caduta violenta, non definitiva, che però sembrava aver compromesso tutti i piani. Invece Pogacar, con la pelle segnata e la tuta strappata, risale in bici e ricomincia a inseguire. È lì che la Milano-Sanremo cambia volto e diventa qualcosa di diverso, quasi irreale. La Uae rilancia subito l’azione, Del Toro lo riporta a velocità altissima davanti, e Pogacar attacca. Non aspetta il Poggio, non aspetta il momento giusto: forza la corsa sulla Cipressa, come aveva già provato a fare in passato, ma stavolta con un’urgenza diversa, quasi disperata.

Alla sua ruota restano in pochi. Tom Pidcock resiste, come farà fino alla fine. Mathieu Van der Poel invece, la sua nemesi degli ultimi anni, questa volta cede. Sul Poggio alza bandiera bianca, scivola indietro e viene riassorbito. È il segnale definitivo: la corsa è nelle mani dello sloveno. Davanti restano in due, Pogacar e Pidcock, mentre alle loro spalle il gruppo prova a rientrare con Van Aert che lancia un inseguimento furioso. Poi via Roma, il rettilineo finale, con il gruppo che torna minaccioso a pochi metri.

Pogacar vince per mezzo metro, forse meno. Una volata strana, sporca, quasi improvvisata, ma lucidissima. Ancora una volta, anche così, entra nella leggenda. Perché questa non è solo una vittoria: è la vittoria che gli mancava, quella più difficile da spiegare e forse per questo la più significativa.

È stata una delle Milano-Sanremo più belle della storia proprio per questo: perché ha tenuto insieme tutto, la caduta e la rimonta, la strategia e l’istinto, la forza e la fragilità. Una corsa che sembrava persa e che invece è stata riscritta metro dopo metro. E forse è proprio questo il senso della Classicissima: una gara che non si lascia dominare, ma che all’improvviso si concede, con modi e tempi imprevedibili. Stavolta lo ha fatto con Pogacar. Dopo averlo respinto per anni, alla fine lo ha accolto. E lo ha fatto nel modo più spettacolare possibile.

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