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I soldi aiutano ma non fanno la felicità: perché il Como in Champions sarebbe davvero una favola

FATTO FOOTBALL CLUB | La famiglia Hartono ha investito oltre 300 milioni nella società, è vero. Ma ha saputo individuare talenti a cifre che erano alla portata di tutte le big di Serie A. Con Fabregas, poi, ha creato un modello riconoscibile e vincente
I soldi aiutano ma non fanno la felicità: perché il Como in Champions sarebbe davvero una favola
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Ma quale favola: con i soldi son bravi tutti a fare calcio! Uno degli argomenti più sentiti e inflazionati sul Como, che tende a sminuire lo straordinario campionato della squadra di Fabregas, fa capire quanto sia retrogrado e stantio il dibattito calcistico italiano, refrattario ad ogni novità, invidioso delle buone idee. Perché la storia del Como dimostra che anche nel calcio i soldi non fanno la felicità. Poi, certo, aiutano.

Se la stagione finisse oggi, i lariani sarebbero in Champions League. Al momento occupano la quarta posizione, hanno un punto di vantaggio sulla Juventus, tre sulla Roma che soltanto un paio di giornate fa si giocava il match point e dopo quell’errore come previsto è scivolata indietro, le altre praticamente sono tagliate fuori. Incredibile se consideriamo che questa squadra soltanto due anni fa era in Serie B, cinque anni fa addirittura in C, e mancava nella massima serie da oltre due decenni.

Ok, il Come non si può definire in senso stretto una favola: parliamo di un club che ha come presidente uno degli uomini più ricchi al mondo. La famiglia Hartono ha investito oltre 300 milioni nella società, con un passivo superiore ai 100 soltanto nell’ultimo bilancio. Senza una proprietà bilionaria e una disponibilità quasi illimitata nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. Però poi questo Como è anche tanto altro.

Il termine migliore per definirlo è progetto. Dietro l’ascesa repentina ci sono idee tattiche precise, scouting, un metodo di calcio moderno e innovativo insomma. Fabregas è stato sminuito, a tratti persino sbeffeggiato per la sua natura “giochista”, però ha costruito una squadra in grado di fare un calcio divertente e soprattutto efficace: ha battuto Roma, Juve, Napoli, fermato il Milan (e certo non si può dire che abbia una rosa dello stesso livello); rifilato lezioni severe a Allegri, Spalletti, Gasperini, quelli che consideriamo i mamma santissima della panchina italiana. La sua impronta è evidente, dentro e fuori dal campo.

Si è parlato dei soldi spesi sul mercato, che sono tanti per carità, però il Como non ha mai pagato 40 o 50 milioni per un calciatore, come fatto in anni recenti dalle varie big del campionato: senza considerare la stella Nico Paz e il difensore Ramon arrivati a condizioni particolari grazie al canale privilegiato col Real Madrid, l’acquisto più caro è stato Jesus Rodriguez, 22 milioni dal Siviglia, Kuhn (per altro fin qui poco impiegato), Baturina, Perrone sotto costati meno di 20. Talenti che a quelle cifre erano alla portata di almeno 6-7 squadre in Serie A. Potevano prenderli quasi tutti, invece li hanno presi loro. E poi l’ossatura della squadra è fatta anche dai vari Butez (2 milioni), Smolcic (1,5), Da Cunha (appena 400mila euro); capitan Vojvoda era uno scarto del Torino prima di rinascere alla corte di Fabregas.

Sono tutti giocatori che gli altri evidentemente non sanno cercare. E probabilmente non sarebbero nemmeno in grado di aspettare e far crescere. Perché se Inter, Milan o Juve prendessero nomi del calibro di Diao o Douvikas, la piazza storcerebbe il naso. E se i nuovi acquisti passassero mesi in panchina per una fase di adattamento fisiologica per un giovane arrivato da una realtà completamente diversa – com’è successo ad esempio a Baturina che oggi invece è uno dei protagonisti -, verrebbero già bollati come bidoni e rispediti al mittente. Prendere i giocatori giusti, funzionali al progetto, coltivare il talento e inserirli in un meccanismo che funziona a memoria, in cui si preferisce l’attacco alla difesa, il talento alla rendita, il ritmo al posizionamento. Questo è esattamente il modello verso cui il calcio italiano dovrebbe andare, che ha permesso di spendere bene i soldi (tanti) a disposizione. Cosa che non vale per tante altre società di Serie A.

La prossima sfida per i lariani è l’Europa, intesa innanzitutto come qualificazione: guardando il calendario, e considerando l’attitudine a giocare sotto pressione, Juventus e Roma rimangono favorite per il quarto posto. E poi anche proprio come partecipazione: per il doppio impegno che una eventuale coppa porterebbe, ma anche per i paletti del fair-play finanziario della Uefa che la proprietà, fin qui abituata a spendere senza freni, sarebbe costretta a rispettare. Paradossalmente, proprio il salto diretto in Champions risolverebbe il problema, perché i ricavi raddoppierebbero il fatturato (oggi di soli 55 milioni), rendendo sostenibile il bilancio. Ma comunque, dal nuovo stadio al player trading, ci sono altri strumenti a disposizione: Fabregas &C. non si faranno trovare impreparati. Perché quello è un progetto. Poi se alla fine il Como dovesse davvero arrivare davanti a corazzate come Juventus e Roma, allora sarebbe pure una favola.

X: @lVendemiale

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