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La guerra in Iran fa saltare le stime del governo su pil e deficit. Giorgetti teme un aumento dei tassi e l’Ue evoca la stagflazione

L'impennata dei prezzi dell'energia rende superate le previsioni che davano il pil 2026 a un già risicato +0,7%. E se la frenata sarà forte si allontanerà ancora l'uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo
La guerra in Iran fa saltare le stime del governo su pil e deficit. Giorgetti teme un aumento dei tassi e l’Ue evoca la stagflazione
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Lunedì scorso i dati Istat sull’andamento della crescita e dell’indebitamento nel 2025 avevano smentito le previsioni del governo, allontanando l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Oggi, passati dieci giorni dall’avvio dell’operazione militare di Israele e Stati Uniti contro l’Iran che ha causato un’escalation di cui non si vede la fine, Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia iniziano a temere che l’impennata dei prezzi del petrolio – oltre a richiedere misure immediate come l’attivazione dell’accisa mobile – faccia saltare anche tutte le stime per l’anno in corso inserite nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica lo scorso ottobre. A partire da quelle sulla crescita del pil, indicata da Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno come “grande focus” del 2026.

Il Dpfp aveva fissato l’asticella a +0,7% per quest’anno, progresso che piazzerebbe la Penisola al penultimo posto nell’Unione stando alle previsioni della Commissione Ue. Ma quell’espansione già risicata era costruita sull’ipotesi di prezzi energetici tendenti al ribasso e molto inferiori rispetto a quelli che si stanno materializzando sui mercati. Nel documento via XX Settembre stimava per il 2025 un prezzo medio del Brent a 66,1 dollari al barile, mentre oggi i future viaggiano stabilmente sopra i 100 dollari. Anche le previsioni sul gas appaiono superate: il Dpfp indicava un prezzo medio di 31,9 euro al Megawattora, mentre sul Ttf di Amsterdam la settimana scorsa ha sfondato la soglia dei 60 euro. Il Dpfp ipotizzava anche uno scenario di rischio con prezzi più alti. Ma anche in quel caso le quotazioni del greggio venivano stimate a circa 76 dollari al barile nel 2026 e nel 2027, livelli molto inferiori alle quotazioni attuali.

Quelle ipotesi favorevoli avrebbero sostenuto la crescita, grazie ad effetti positivi su consumi ed esportazioni: “L’effetto cumulato dei ribassi di petrolio e gas – si leggeva nel documento – genera un impatto di 1 decimo di punto per il Pil nel 2025, di 2 decimi di punto nel 2026, nullo nel 2027″. Insomma: l’attacco all’Iran potrebbe limitare ulteriormente l’aumento del prodotto interno lordo, fermandolo a +0,5%. E, a seconda della durata della crisi internazionale, potrebbe andare anche peggio. A cascata, l’impatto si farebbe sentire sui principali rapporti di finanza pubblica, a partire da quel deficit/pil che contrariamente alle attese dell’esecutivo lo scorso anno è rimasto sopra il 3%. L’agenzia Scope Ratings, che al momento prevede un deficit pari al 2,8% del Pil nel 2026 e al 2,7% nel 2027, si aspetta che “se la crescita economica dovesse rallentare fino a circa lo 0,3% rispetto all’attuale stima dello 0,7%”, il deficit rimarrà sopra il 3%, “complicando l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo”. Restare in procedura significa non poter accedere alla clausola di salvaguardia attivata dalla Commissione per consentire agli Stati membri di deviare dalla traiettoria di spesa concordata per sostenere spese militari aggiuntive. Senza quella clausola, maggiori uscite per armi e sicurezza dovranno trovare compensazione in tagli ad altre voci. Con il rischio che nel mirino finisca il welfare.

L’aumento dei prezzi dell’energia, oltre a frenare il pil, rischia anche di riaccendere l’inflazione e complicare la strategia delle banche centrali. Il mercato ha già iniziato a rivedere le aspettative sui tassi. Negli Stati Uniti diminuisce la probabilità di due tagli dei tassi da parte della Fed nel corso dell’anno, mentre nell’area euro il mercato inizia a considerare possibile anche un rialzo da 25 punti base da parte della Bce. Secondo le stime raccolte da Bloomberg, gli operatori ora prevedono che l’Eurotower possa essere costretta ad alzare i tassi due volte entro il 2026, con due rialzi da 25 punti base ciascuno. La prima decisione potrebbe arrivare già entro giugno. I trader piazzano poi al 70% la probabilità che la Bank of England aumenti i tassi entro l’anno.

Uno scenario che preoccupa il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Intervenendo al G7 Finanze, il titolare del Mef ha ricordato “la lezione della guerra contro l’Ucraina“, avvertendo che “il rischio economico è di nuovo la fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia” che “per noi distrugge il potere acquisto delle famiglie e altera la competitività delle nostre imprese”. In questo quadro, ha detto, “sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria“. Il timore è che tassi più alti a loro volta frenino la crescita e facciano al tempo stesso aumentare la spesa per interessi sul debito pubblico, peggiorando ulteriormente il deficit. Sullo sfondo, ha avvertito lunedì il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis a margine dell’Eurogruppo, c’è l’incubo stagflazione: una combinazione letale di stagnazione economica e prezzi in salita. In Italia negli anni Settanta, dopo la guerra dello Yom Kippur e il blocco petrolifero deciso dai Paesi dell’Opec, per affrontarla fu messo in campo un piano di austerità senza precedenti che comprendeva tra l’altro il divieto di circolare con mezzi privati nei giorni festivi, l’obbligo di spegnere insegne e cartelloni luminosi e la diminuzione dell’illuminazione pubblica per risparmiare energia.

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