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Psicologo a Bonn. “La Germania è un Paese per famiglie. Qui abbiamo 14 mesi di congedo da dividerci”

Mattia Garau è partito nel 2016 senza sapere la lingua. Oggi con la moglie, che è tedesca, ha due figlie. A Bonn ha trovato un sistema a misura di genitori. E una volta ottenuta la certificazione linguistica ha anche ripreso il lavoro di psicoterapeuta
Psicologo a Bonn. “La Germania è un Paese per famiglie. Qui abbiamo 14 mesi di congedo da dividerci”
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“Forse non sono un canonico cervello in fuga, ma in Italia non penso di tornare”. Mattia Garau ha 44 anni e da quasi dieci vive a Bonn, nella Germania occidentale. A portarlo lontano da Villa Bartolomea, il comune in provincia di Verona dove è nato, è stato prima di tutto l’amore. “Mia moglie è tedesca, e nel 2016, dopo una storia a distanza, ho deciso di trasferirmi da lei. All’inizio l’ho presa come una lunga vacanza, sono psicologo e potevo continuare a lavorare online – racconta a ilfattoquotidiano.it – ma piano piano ho deciso di rimanere, per quanto appena arrivato non parlassi neanche una parola di tedesco”. Per impararlo Mattia si affida ai corsi messi a disposizione dal Ministero regionale per la famiglia e integrazione, che spiega essere pensati “per persone che hanno una realtà migratoria alle spalle europea o extraeuropea che sia. Quando ho iniziato, con me c’erano molte persone provenienti dalla Siria, ad esempio. Ma anche da Iran, Nordafrica, Ucraina o Sudamerica, e questa varietà di origini la si vede e sente tutti i giorni per le strade di Bonn, dove opera tra l’altro una sede delle Nazioni Unite”.

Imparare la lingua, per Mattia, non è solo questione di comunicazione: per esercitare come psicoterapeuta ha bisogno di una certificazione B2. Prima, mentre consolida le competenze linguistiche, lavora come assistente a domicilio per aiutare nella vita autonoma le persone con disabilità. Ed è proprio mentre è impiegato come lavoratore dipendente che la famiglia si allarga e arriva la prima figlia, un momento di gioia che mette in luce le differenze tra Italia e Germania. “In Italia la paternità, ad oggi, è di circa due settimane. Noi abbiamo avuto a disposizione 14 mesi da dividerci, con la possibilità di usufruirne anche sotto forma di part-time, lavorando la mattina e venendo coperti economicamente nel pomeriggio”, spiega ripercorrendo i primi mesi di vita delle due figlie, gestiti senza problemi pur in assenza delle famiglie di origine. Dopo c’è stata la possibilità di inserire le bambine in un Tagesmutter, una sorta di asilo domiciliare a ore, in attesa di un posto nella scuola dell’infanzia.

E man mano che le figlie crescono la sensazione sempre più forte è quella di un paese a misura di famiglie. “Non si tratta solo di congedi familiari o assegni, anche la presenza di infrastrutture è rilevante. È vero, ci sono problemi,” ammette riferendosi ad esempio alle ferrovie non così efficienti, “ma a poche centinaia di metri da casa abbiano tutti i servizi che ci servono, e anche di più. Penso – precisa – alla piscina o al parco giochi. Lo stesso cortile della scuola elementare, quando questa è chiusa, diventa un parchetto per i bimbi”. Quel che emerge dal racconto di Mattia è una Paese che pensa alle famiglie. “Un’altra componente importante è quella che riguarda il tempo libero”, spiega ancora. “Adesso a Bonn inizieranno tre settimane di Festival del Libro, con occasioni di letture ad alta voce per i bambini piccoli, oppure letture con discussione per bambini più grandi. Ma sono tante anche le attività per famiglie pensate nei musei”. In generale, l’offerta culturale è ampia e dà la possibilità a genitori e piccoli di sapere cosa fare anche nei fine settimana o durante le vacanze.

In mezzo a tutto questo, ottenuta la certificazione linguistica, Mattia ha avuto modo di riprendere anche il lavoro di psicoterapeuta, soprattutto coordinandosi grazie ad altri professionisti italiani emigrati in Germania con cui ha fondato psicologoitalianogermania.de. “Al momento siamo circa una decina, sparsi quasi su tutto il territorio tedesco. Abbiamo creato questo network in grado di fornire servizi di psicoterapia – anche in presenza – in lingua italiana a connazionali e non,” racconta, spiegando come in un paese così interculturale abbia avuto modo anche di lavorare con chi non è nato in Italia ma parla la lingua. “Penso, ad esempio, a persone originarie del Nordafrica che durante il loro percorso migratorio hanno lavorato anche in Italia: per loro interfacciarsi con un terapeuta in lingua italiana è più facile che farlo in tedesco”, creando di fatto un’opportunità in più in un paese dove la salute psichica è considerata fin dalla più tenera età. “Già all’asilo, se ci sono problemi, gli insegnanti segnalano alle famiglie la possibilità di farsi seguire. Poi, certo, la scelta è del singolo, nessuno è obbligato, ma il consiglio arriva”.

In Germania la presenza di italiani – espatriati o figli di immigrati – è sensibile, tanto che a scuola le figlie hanno la possibilità di frequentare due ore di italiano a settimana. “Si tratta di corsi istituiti dal Ministero regionale dell’istruzione, ma valgono per tutte le lingue straniere: se ci sono famiglie con origini non tedesche possono far richiesta di attivare corsi ad hoc per i figli, affinché imparino la lingua madre. Ce ne sono di italiano, di spagnolo, di ucraino, di arabo a seconda delle necessità e delle comunità che lo richiedono”. Una sorta di ponte tra culture, a cui Mattia e altre famiglie hanno aggiunto “L’aperitivo Italiano”, un’occasione informale per incontrarsi e far vivere a loro e ai bambini qualche momento di italianità pur essendo nati e cresciuti altrove. La mancanza del paese natale, di casa, degli affetti si sente, ma per Mattia ragioni per tornare indietro non ce ne sono. In questa Germania a misura di famiglie lui e la sua hanno trovato la loro dimensione.

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