In libreria a un anno dal grande successo sanremese, “Lucio Corsi. Volevo essere strano” è l’ultima fatica letteraria del critico musicale Donato Zoppo. Con la prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle, il libro, uscito per Compagnia editoriale Aliberti – la copertina è illustrata da Alessio Vitelli –, si colloca nello scaffale delle biografie musicali come “CSI. È stato un tempo il mondo”, “Eroi nel vento. Quarant’anni di Desaparecido dei Litfiba” e “Lucio Battisti. Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”. Un excursus nella storia vita e nella produzione del cantautore glam rock di Val di Campo di Vetulonia, nella Maremma, luogo fortemente presente nella poetica di Corsi, così come le influenze artistiche di famiglia (la madre è una pittrice, il padre un artigiano del cuoio) che l’hanno portato al grande pubblico italiano con il brano “Volevo essere un duro” (Premio della Critica “Mia Martini” e secondo posto al Festival di Sanremo 2025) e a quello internazionale (quinto posto all’Eurovision Song Contest 2025).
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione di Francesco Bianconi al volume:
Quando invitammo Lucio Corsi ad aprire i concerti dei Baustelle nel 2017, dicemmo che aveva la giovinezza e le visioni, contro il tempo e contro il mondo. Dal mio punto di vista l’artista deve sempre essere contro il mondo. Deve opporre la bellezza e l’arte al mondo, che fa orrore. Certamente non è facile, ci sono tanti “falsi artisti” o manieristi che sono in consonanza con il mondo, che si muovono solo per il consenso. E muoversi per il consenso non serve a niente. Invece Lucio ha personalità, stile, e una visione chiara come pochi altri in questo momento.
Gli artisti che piacciono a me hanno tutto in mente; proprio come Lucio, come ebbi modo di scoprire lavorando insieme a lui al suo disco Cosa faremo da grandi?, e ciò mi colpì molto. Il musicista, il cantautore, soprattutto oggi deve avere uno sguardo a 360 gradi, deve avere il controllo su ogni dettaglio. Lucio era così, aveva idee molto chiare anche sugli arrangiamenti, che in pratica aveva già in testa. Così il mio ruolo di produttore fu semplicemente quello di favorire il dipanarsi di idee già chiare, di dare un occhio esterno, una supervisione. Fu tutto molto naturale, forse anche perché il suo mondo di riferimenti estetici combacia abbastanza con il mio.
Non so quanto i Baustelle abbiano influenzato Lucio, ma so che quando l’ho incontrato mi sono un po’ reinnamorato della musica. Il talento, la giovinezza, il suonare e lavorare insieme a lui mi hanno sicuramente influenzato. Allo stesso modo un certo sentimento di ritorno a un rock ’n’ roll fresco e “sgangherato” e la voglia di riappropriarsi sia della purezza del folk sia della sfacciataggine del glam sono sfociati nel nostro disco Elvis. E questo è merito anche della frequentazione con Lucio. Il nostro sguardo sul mondo è segnato anche dai nostri ambienti. Nella sua scrittura influiscono inevitabilmente i suoi luoghi di provenienza. Lui stesso lo dichiara, li evoca nelle canzoni. Ha una forma di mitizzazione della sua Maremma. Per me è diverso, io dalla mia campagna sono scappato e sto bene nella città; ma la provincia è una strana bestia: è come un cane che scacci ma che poi ritorna scodinzolante. Quindi la mia terra, e lo sguardo che la mia terra mi ha dato, me li ritrovo sempre, più o meno in absentia, anche nelle canzoni più metropolitane e senza rimpianti che scrivo. Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia verso le cose. Le sue canzoni sono il regno della similitudine, hanno sempre qualcosa di paradossale, con segni che evocano altro e rimandano a un altrove. Non è un neorealista ma semmai un surrealista, se volessimo usare una metafora cinematografica. Le sue canzoni hanno una patina che in modo sbrigativo potremmo definire “fatata”, ma la fanciullezza, l’occhio bambino, sono assai spesso la cifra della poesia.
