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Andrea Zorzi, dal volley al teatro: “A mia mamma dissero di abortire. Ecco come è nata la Generazione di fenomeni”

"Zorro" ha fatto parte della Generazione dei Fenomeni del volley, la Nazionale italiana degli anni ’90 che ha dato tante soddisfazioni
Andrea Zorzi, dal volley al teatro: “A mia mamma dissero di abortire. Ecco come è nata la Generazione di fenomeni”
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Due ori Mondiali, un argento olimpico, svariati altri ori europei e tanti altri trofei sia individuali che tra nazionale e club. Andrea ZorziZorro per gli appassionati di pallavolo – ha fatto parte della Generazione dei Fenomeni del volley, la Nazionale italiana degli anni ’90 che tante soddisfazioni ha dato. “È una gioia vedere che le nuove generazioni, oltretutto con uomini e donne, ci hanno riportato al vertice. Ma io ho fatto parte della miglior squadra di pallavolo del ventesimo secolo, ancora adesso ricordata: onorato di appartenere a quel mondo”, ha raccontato Zorzi al Corriere della Sera. “E l’oro olimpico delle donne mi rammenta che noi l’abbiamo mancato: è un’ossessione che il tempo ha attenuato, ma non cancellato”.

Tra i pochissimi traguardi non raggiunti dalla Generazione dei Fenomeni c’è proprio il mancato oro olimpico. La nazionale si è fermata all’argento. “Fatico a ricordare la felicità per i successi e quanto fosse difficile digerire le sconfitte. Non sono più in grado di immergermi in questo scenario in bianco e nero: lo guardo con distacco, troverei ridicolo che un uomo di 60 anni ragionasse come un ragazzino”.

Fu un fenomeno del volley, oggi Zorzi è giornalista e porta la pallavolo a teatro. Ma quando nacque, alla mamma suggerirono di abortire: “Era debole, le dissero: ‘O lei o suo figlio’. Mamma non pensò minimamente a interrompere la gravidanza e quando l’infermiere uscì dalla sala parto dicendo a mio padre che ero nato, lui si mise a piangere perché immaginava che sua moglie fosse morta. Invece eravamo tutti e due salvi e tranquilli“.

Alto oltre due metri e con un fisico da atleta, oggi Zorzi in palestra non regge più: “Sì, ho ancora il piacere della fatica, ma non riesco più a fare i pesi. Compenso con lunghe camminate e nuotate: mi permettono di stare in una forma decente”. A occupare il suo tempo c’è il figlio, ma anche il teatro e il giornalismo appunto: “Ci sono il teatro, gli interventi per le aziende — mi chiedono di parlare delle analogie e delle differenze tra sport e lavoro — e il giornalismo, con il quale provo anche ad analizzare processi, comportamenti e relazioni. Vedo un pericolo: nello sport di oggi siamo vittime della prestazione, per cui se vinciamo siamo campioni e se perdiamo siamo falliti. In un mondo polarizzato, lo sport rischia di essere complice della deriva individualista in atto”.

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