Cinema

Bandiere palestinesi e kefiah, chi è Tricia Tuttle la direttrice della Berlinale che ora rischia il posto. L’appello degli artisti

Al suo fianco si sono schierati anche la Deutsche Filmakademie, la European Film Academy, quattro registi ebrei (Yuval Abraham, Udi Aloni, Nadav Lapid, Tom Shoval, Oren Moverman) e una petizione di oltre 700 firme di attrici e attori internazionali, tra cui Tilda Swinton, Sean Baker e Todd Haynes

di Davide Turrini
Bandiere palestinesi e kefiah, chi è Tricia Tuttle la direttrice della Berlinale che ora rischia il posto. L’appello degli artisti

Il governo tedesco sta per cacciare la direttrice americana e pro Pal della Berlinale. Non c’è pace ormai per Tricia Tuttle, la 56enne direttrice del Festival di Berlino dal 2024. Prima la polemica sul concetto dei “film politici” declinata dal presidente di giuria 2026 Wim Wenders e non amata da un gruppo di registi e attori celebri che hanno accusato la Berlinale di essere, paradossalmente, a-politica e di silenziare il genocidio palestinese affiancando le posizioni filo-israeliane del governo tedesco. Poi, ulteriore paradosso, ecco la Tuttle sul palco della premiazione del festival, sabato scorso, avvolta in bandiere palestinesi e kefiah srotolate dal regista siro-palestinese Abdallah al-Khatib.

Il regista ha vinto il premio Perspectives per il suo esordio Chronicles From the Siege. E, come se il film non fosse abbastanza esplicito sulla sua posizione politica rispetto all’occupazione militare israeliana di Gaza, ha dichiarato: “La mia ultima parola al governo tedesco: siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità, ma scegliete di non preoccuparvene”. E ancora: “I palestinesi ricorderanno tutti coloro che sono stati al nostro fianco, e noi ricorderemo tutti coloro che si sono opposti a noi, al nostro diritto di vivere con dignità, o che hanno scelto il silenzio o hanno scelto di tacere”.

Goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto che l’ufficio del commissario federale tedesco per la cultura e i media (KBB) ha affermato che giovedì 26 febbraio si sarebbe tenuta una riunione d’urgenza per discutere della “futura direzione della Berlinale”. Diversi quotidiani tedeschi hanno così annunciato che il posto della Tuttle era fortemente a rischio, ma il 26 è passato e la Tuttle è ancora al suo posto. Probabile che abbia sortito il suo effetto, almeno a livello temporaneo, la lettera aperta del team della Berlinale per esprimere solidarietà alla propria direttrice.

“Alla luce dei dibattiti in corso e dei recenti sviluppi, noi – personale, dipendenti a contratto e liberi professionisti della Berlinale e delle istituzioni associate – in rappresentanza di una pluralità di prospettive, esprimiamo con una sola voce il nostro sostegno unanime alla straordinaria Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Tricia durante il suo mandato e abbiamo potuto constatare in prima persona la chiarezza, l’integrità e la visione artistica che ha portato alla Berlinale”, c’è scritto nella missiva firmata da oltre 500 dipendenti.

“Non esageriamo quando affermiamo, all’unanimità, che è improbabile che il Consiglio di sorveglianza della KBB avrebbe potuto nominare un leader più intelligente, etico e reattivo per la Berlinale, né uno più dedito ai principi fondamentali che rendono questo festival una piattaforma vitale per il cinema in Germania e a livello internazionale”. Insomma, Tricia non si tocca. Al suo fianco si sono schierati anche la Deutsche Filmakademie, l’accademia cinematografica tedesca presieduta da Vicky Krieps e Florian Gallenberger, la European Film Academy, quattro registi ebrei (Yuval Abraham, Udi Aloni, Nadav Lapid, Tom Shoval, Oren Moverman) e una petizione di oltre 700 firme di attrici e attori internazionali, tra cui Tilda Swinton, Sean Baker e Todd Haynes.

“Se si convoca una riunione straordinaria per decidere il futuro della leadership del festival, la posta in gioco è molto più alta di una singola nomina. Ciò che è in gioco è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza istituzionale”, scrivono i firmatari dell’appello. La partita di una possibile nuova nomina alla guida della Berlinale però, secondo diverse indiscrezioni giornalistiche teutoniche, non sembra essere conclusa, ma solo rimandata di qualche giorno, se non di qualche settimana.

All’inizio della Berlinale 2026, gli organizzatori del festival erano stati criticati da attivisti pro Pal – tra cui molti celebri attori – per non aver preso una posizione univoca sulla guerra a Gaza. Durante la conferenza stampa di apertura, il presidente della giuria, Wim Wenders, aveva poi respinto l’idea che artisti e istituzioni culturali debbano assumere attivamente posizioni politiche, lasciando che siano i propri film a parlare, nel caso, anche di temi più stringenti di politica internazionale e non.

Posizione difesa con grande signorilità proprio dalla Tuttle: “Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono. Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”.

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