Cinema

Il tempo delle donne: desiderio e memoria in Sound of Falling. Un imponente e importante film femminile e femminista

Mascha Schilinski intreccia quattro epoche e quattro protagoniste in un flusso visivo radicale e magnetico, dove la fattoria dell’Altmark diventa teatro di un desiderio femminile oscuro, sincero e senza compromessi.

di Davide Turrini

Mai avremmo pensato, da maschi, di raccontare un così imponente e importante film femminile e femminista, di donne e prima di tutto per le donne (la prossima settimana ne racconteremo un altro dall’afflato simile). Sound of Falling della 41enne berlinese Mascha Schilinski – in sala temerariamente con I Wonder dal 26 febbraio – è un film estremamente complesso ma anche terribilmente affascinante. Non parliamo di noiosa artificiosità o di furbesco atteggiamento egoriferito (ogni riferimento italiano è voluto), bensì di una ricomposizione dell’idea stessa di cinema, un flusso di coscienza (vagamente alla Malick) e di immagini dove viene scolpito da zero il tempo del racconto, rievocando senza gerarchie e priorità l’esistenza di diverse donne – bambine, adolescenti, adulte, anziane – vissute in quattro epoche differenti in una fattoria di campagna della regione settentrionale tedesca dell’Altmark.

I punti di vista, i punti di ascolto, le voci narranti si alternano di continuo abbracciando oltre un secolo tra quattro ragazze e le loro famiglie: Alma (Hanna Heckt) è una bimbetta bionda che vive nella fattoria attorno al 1910 e sulla quale grava un ingenuo continuo confrontarsi con la morte; Erika (Lea Drinda) occupa la fattoria durante la Seconda Guerra Mondiale, sviluppando una morbosa attrazione per uno zio con una gamba amputata; Angelika (Lena Urzendowsky) è una ragazzina smaniosa e desiderosa di piacere nella Germania dell’Est degli anni ’80; e infine Lenka (Laeni Geiseler), direttamente ai giorni nostri, quando la campagna ha perso tutto l’idillio possibile per assumere i connotati borghesi.

Intanto, in questo magma narrativo, un po’ racconto di formazione, un po’ crudele Nastro bianco alla Haneke, è come se le quattro protagoniste (più qualche decisiva altra donna di contorno, madri inquiete e impazzite, serve disperate) si specchiassero continuamente tra loro con rimandi simbolici all’acqua, alla terra e al mondo animale, riformulando di continuo le loro pulsioni più profonde, indicibili, non socialmente conformi e accettabili: sesso e morte e tutto ciò che ci gravita attorno, con una particolare tensione per l’elemento erotico disfunzionale (occhiate e voglie tra parenti).

Schilinski, più che seguire un filo narrativo tradizionale, accosta turbolente sensazioni, vibranti sentimenti, occhiate tra epoche diverse e tra donne diverse, mantenendo sempre al centro del terremoto dei sensi sia le mura della fattoria, ma soprattutto quell’aia, quel cortile centrale immenso che confina con una natura fluviale, sabbiosa e boscosa che odora di mistero ed echi del passato. L’impianto fotografico e scenografico mostra un ulteriore scarno verismo, con tonalità trattenute di marroni, di grigi e di blu che non si accendono mai. Sound of Falling s’impone per la sua spiazzante originalità visiva e la tragica esposizione di un desiderio femminile inafferrabile, ininquadrabile, tortuoso e respingente, ma proprio per questo di un’imbarazzante e sconvolgente sincerità. Tre quarti del cast tecnico sono donne (comprese sceneggiatrice, montatrice, responsabile del suono, scenografa, costumista e truccatrice).

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