L’economia secondo Trump: “Più ricchi che mai”. Ma la crescita cala, i licenziamenti volano e i “18 trilioni di investimenti” non esistono
Un Paese reduce da una “svolta epocale” da cui “non tornerà indietro”. Entrato nella preannunciata “età dell’oro“, “più grande, più forte e più ricco che mai”. Un Paese in cui “lavorano più persone che in qualsiasi altro momento della storia”, l’inflazione che “era ai livelli più alti della storia” è stata “fatta calare”, “i prezzi della benzina sono scesi, i tassi sui mutui sono i minimi da quattro anni” e la crescita è “da record”, così come le performance di Wall Street. Con un futuro di prosperità, in cui i dazi “sostituiranno sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito” e il resto del mondo si è impegnato a investire “per oltre 18 trilioni di dollari“. È l’America di Donald Trump nella mente di Donald Trump. Nel discorso sullo Stato dell’Unione più lungo della storia – questo record, perlomeno, è confermato – il presidente ha messo in fila i presunti successi economici della sua amministrazione, che secondo la Casa Bianca sta “invertendo il disastro economico di Biden”. I numeri raccontano però una realtà decisamente meno rosea. E gli americani se ne sono accorti: 6 su 10, stando all’ultimo sondaggio di Npr, Pbs News e Marist, pensano che rispetto a un anno prima il Paese stia peggio.
Crescita debole nel 2025
“Quando ho parlato l’ultima volta in quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante e un’inflazione a livelli record”, ha sostenuto Trump, per poi rivendicare di aver innescato una “svolta” verso l’attuale “età dell’oro”. In realtà nel 2024 il pil Usa era cresciuto del 2,8%, dopo il +2,9% del 2023. Nel 2025, con il tycoon di nuovo in carica, ha rallentato a +2,2%. Peggio ancora, il ritmo di crescita è rapidamente sceso in corso d’anno, passando dal +4,4% annualizzato del terzo trimestre (grazie alla spinta degli investimenti in infrastrutture per l’AI) al +1,4% del quarto, metà del previsto e lontanissimo dal 5,4% propagandato da Trump al forum di Davos.
Boom di licenziamenti
Lo scorso anno i datori di lavoro pubblici e privati hanno licenziato oltre 1 milione di persone, di cui 300mila per effetto dei tagli del Dipartimento per l’efficienza governativa guidato fino a fine maggio da Elon Musk. È il dato peggiore dal 2020 segnato dalla pandemia. Non solo: la creazione di nuovi posti è crollata. Secondo i dati aggiornati del Bureau of Labor Statistics, nel 2025 le assunzioni sono state solo 180mila: mai così poche, anche in questo caso, dal 2020. A gennaio il tasso di disoccupazione era al 4,3%, contro il 4% di gennaio 2025.
I dazi? Pagati da imprese e consumatori Usa
Trump ha definito “infelice” la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i dazi imposti invocando l’International Emergency Economic Powers Act. E ha ribadito che la sua amministrazione andrà avanti con tariffe basate su altri riferimenti normativi. “Col passare del tempo”, ha aggiunto, “credo che le tariffe pagate dai paesi stranieri, come in passato, sostituiranno sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito”. Insomma: zero tasse per gli statunitensi, pagheranno gli altri. Ma sta andando esattamente all’opposto: una recentissima analisi della Fed di New York ha mostrato che l’anno scorso il 90% delle tariffe è ricaduto sui portafogli di aziende e consumatori Usa. La commissione economica congiunta del Congresso, ora guidata dai Democratici, stima che dall’insediamento di Trump le famiglie abbiano pagato oltre 1.700 dollari ciascuna in costi tariffari.
I prezzi calano poco
“Ho ereditato l’inflazione più alta della storia ma in pochi mesi l’abbiamo fatta calare. I prezzi della benzina sono scesi”, ha rivendicato il presidente al Congresso. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione ha rialzato la testa su entrambe le sponde dell’Atlantico: a giugno di quell’anno ha superato il 9%. Ma alla fine del mandato di Biden era scesa al 3%. Lo scorso dicembre il tasso anno su anno si è attestato al 2,7% e l’indice dei prezzi per la spesa per i consumi personali è salito al 2,9%, ai massimi dal 2024, complici l’aumento degli affitti e di molti beni alimentari, dalle bistecche a latticini, frutta e verdura. A gennaio si è registrato un lieve arretramento, al 2,4%. Rispetto all’anno prima sono esplosi i prezzi dell’energia, effetto nefasto del boom dei datacenter per l’intelligenza artificiale. Insomma: non si è vista la temuta esplosione dei prezzi causa dazi, probabilmente perché le aziende davanti all’estrema incertezza sulle mosse di Trump hanno atteso prima di trasferire gli aumenti di costo ai consumatori finali, ma il secondo mandato del tycoon non ha nemmeno coinciso con un calo sensibile. Anzi, la questione dell'”affordability” – la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio familiare – è sempre più al centro del dibattito pubblico in vista delle elezioni di Midterm e il presidente ne è consapevole, come dimostrano i recenti annunci di misure (spesso poco realistiche) mirate ad aiutare la classe media.
Il taglio delle tasse a vantaggio dei più benestanti
“Lo scorso anno ho chiesto al Congresso di far passare i più grandi tagli di tasse nella storia americana, e la maggioranza Repubblicana ha eseguito magnificamente”, si è compiaciuto Trump. In effetti lo scorso luglio ha incassato il via libera al Big Beautiful Bill Act – questo il nome ufficiale della legge – che traduce in pratica molte sue promesse elettorali, tra cui la conferma e il potenziamento dei tagli fiscali decisi durante la prima presidenza, al prezzo di un esorbitante aumento dell’indebitamento federale. Ma, nonostante nuove misure come la detassazione degli straordinari e delle mance, stando ad analisi indipendenti il Bill danneggia le famiglie meno abbienti a vantaggio delle fasce più benestanti. Il Congressional Budget Office, agenzia federale indipendente, ha calcolato che comporta una perdita netta di 1.559 dollari all’anno per il 10% più povero delle famiglie, mentre il 10% più ricco otterrà un beneficio medio superiore ai 12mila dollari.
Dati gonfiati sugli impegni a investire
Infine, gli investimenti promessi dai partner globali. “Ho ottenuto impegni per oltre 18 trilioni di dollari di investimenti da tutto il mondo”, ha garantito Trump. Quella cifra, ripetuta più volte dal presidente nelle ultime settimane, è considerata dalla stampa Usa del tutto inattendibile. Al momento il sito della Casa Bianca, alla pagina “The Trump effect” dedicata agli “investimenti nel settore manifatturiero, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti”, si ferma a una cifra di 9,7 trilioni. Che comprende però anche progetti pianificati durante la presidenza Biden. Scott Lincicome del think tank indipendente Cato Institute ha scritto che 18 trilioni di spesa aggiuntiva rappresenterebbero “un evento sconvolgente, equivalente a un incremento a due cifre della crescita del Pil ogni anno”, ma “sfortunatamente per il presidente il numero è falso”.