Ammiratori devoti o detrattori snob, rassegnatevi: l’apocalisse pop è arrivata. O meglio, è arrivata la sovrapposizione che nessuno voleva ma che tutti, in fondo, aspettavano. A causa dello slittamento tattico per fare spazio ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, il calendario ci regala una settimana memorabile, con la Milano Fashion Week e il Festival di Sanremo 2026 che cadono esattamente negli stessi giorni. Ma quello che sulla carta si presentava come un disastro logistico di proporzioni bibliche si sta rivelando la più formidabile operazione di marketing degli ultimi anni. Più che un ostacolo, l’incrocio di calendari è un assist a porta vuota per le case di moda. Il motivo è puramente matematico: una sfilata milanese, per quanto esclusiva, parla a una platea fisica di qualche centinaio di addetti ai lavori; il palco dell’Ariston, con i suoi 12 milioni di spettatori medi e uno share che sfonda il 70%, è un megafono senza eguali. Ecco allora che le nuove collezioni troveranno, la sera stessa o quasi, la loro cassa di risonanza definitiva in prima serata su Rai 1.
La resa onorevole della Moda: “Alle 20 tutti sul divano”
Diciamocelo: la moda è potente, ma l’Ariston è l’Ariston. E i brand, con un pragmatismo che raramente gli viene riconosciuto, hanno capito l’antifona. Sfidare la liturgia nazionalpopolare del Festival è una battaglia persa in partenza. Così, il calendario della Camera Nazionale della Moda è stato chirurgicamente ripulito dagli eventi serali. Ad eccezione degli impavidi Margiela, Bottega Veneta e Roberto Cavalli, nessuno sfilerà dopo le 19. Niente show in notturna, al massimo qualche festa, per permettere a tutti di rientrare alla base, posare gli inviti e impugnare il telecomando in tempo per la discesa dalle scale di Carlo Conti e Laura Pausini e il primo “Dirige l’orchestra…” della serata. Per tutti, il messaggio è chiaro: la moda si fa di giorno, la sera si canta (o si critica chi canta).
La schizofrenia del giornalista di moda
Le vere vittime di questo incrocio astrale sono loro: gli addetti ai lavori. Giornalisti e critici di moda, già provati dai ritmi della fashion week, si trovano ora costretti a destreggiarsi su due fronti. Di giorno sono chiamati all’esegesi intellettuale delle collezioni Fall/Winter 2026-27, destreggiandosi tra i pesi massimi del calendario: bisogna decodificare il (vero) debutto di Demna Gvasalia alla guida di Gucci, analizzare il nuovo corso di Fendi firmato Maria Grazia Chiuri e valutare l’ingresso di Meryll Rogge da Marni. Di sera, dismessi i panni dei critici concettuali, si trasformano in spietati estensori di “pagellini”. Lo stesso occhio che ha scrutato l’orlo di un cappotto in via Mecenate, poche ore dopo deve vivisezionare il total look di Achille Lauro in gara, o stabilire se Irina Shayk funzioni meglio come supermodella in passerella o come co-conduttrice in Riviera.
Sopravvivere all’overload informativo di questi giorni richiede metodo. Non c’è spazio per le guerre di religione tra chi snobba la tv in nome dell’alta sartoria e chi ignora le sfilate per calcolare i malus del FantaSanremo (che quest’anno ha superato le 640.000 squadre iscritte).