“Il potere logora chi non ce l’ha”. Carlo Conti “il democristiano” deve aver studiato il bignami andreottiano fin dalle elementari. Altro che impiego in banca rifiutato per la carriera nel mondo dello spettacolo. Ragazzi cresciuti a pane, nutella e DC. Cinque sole edizioni alla conduzione e direzione artistica del Festival di Sanremo (pari a Fabio Fazio, per dire), ma le cinque giuste. Non uno sbrodolamento egotico come per Pippo e Mike, ma le conduzioni chirurgiche, quelle che servono, quelle che contano. Le tre (2015, 2016, 2017) dell’evo renziano con tanto di scioglimento dei ghiacci con l’arrivo di Maria De Filippi, e quelle delicatissime da paciere o vera e propria stadera del governo Meloni (2025, 2026). Tutto quello che si muove in Rai è questione partitica. Di chi governa.
Con Amadeus si limona in pubblico tra cantanti in gara e prima fila del parterre? Arriva Conti e al posto di Rosa Chemical di fianco a Fedez piazza in chiave apotropaica Marco Masini. A Sanremo si attende sempre il comico che fa il monologo alludendo a quanto è ridicolo il potere? Arriva Conti e cancella i monologhi. Troppe vecchie glorie progressiste sul palco dell’Ariston? Arriva Conti e salgono Mogol (che non canta) e Fausto Leali. Per essere “democristiani” (“Non mi offendo, sono cattolico, lascio spazio e rispetto per tutti”) bisogna sapere togliere tutto e inserire qualcosina senza che nessuno se ne accorga. L’importante è rimanere lì come in quella gag di Corrado Guzzanti su Romano Prodi: “fermo. Immobile, come un semaforo”.
Del resto qualcuno ricorda un Conti giovane diverso da un Conti quarantenne? Un Conti quarantenne diverso da uno sessantenne? Il sodale di Pieraccioni e Panariello è sempre uguale. Nessuno ricorda un momento di pallore. Una giacca che non sia nera o blu scura. Accendi la televisione, vedi Conti e il tempo si annulla. Siamo nel 2005? Nel 2014? Nel 2032? Poi certo che gli vuoi dire a uno al quale chiedono “a chi dire grazie per la carriera” e lui ti risponde “il pubblico”.
Tra Taylor Swift e l’amico di famiglia. Con gli operai e con gli impiegati. Con l’Inter e con il Milan. Con l’acquasanta e con il diavolo. Tutti si tiene. A parte il caso Pucci. Una di quelle robe che si vede lontano chilometri avere lo stigma della richiesta diretta di qualcuno. Perché con tutti gli stand up nel globo terracqueo ti svegli la mattina e toh chiami Pucci? Non ci crede nessuno. A Pippo Baudo però, altri tempi, niente social, niente memoria web istantanea, non sarebbe successo. La variabile democristiana oggi non è più quella di una volta. Non ci sono più le mezze stagioni. E nel frattempo inizia la quinta conduzione e Conti annuncia che una sesta manco per il piffero. Anche la DC va in pensione. Oppure no?