Dopo la prima tappa bolognese, il tour approda lunedì 16 febbraio all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Sul palco, accanto a Giovanni Lindo Ferretti, ci sono Simone Beneventi alle percussioni e Luca Alfonso Rossi alle corde. A fine spettacolo lo stesso Ferretti chiarisce: quella in scena è la versione “aggiornata” di “Moltitudine in cadenza, percuotendo”, progetto presentato una sola volta al Teatro Olimpico di Vicenza.
L’idea originaria, un racconto “da cantina”, quasi da bardo attorno al fuoco, si è trasformata in un’alternanza strutturata di musica e parola. Non un semplice reading, ma un attraversamento biografico e poetico in cui la voce si fa strumento assoluto.
È proprio in questa alternanza che si inserisce un elemento decisivo della serata: le letture tratte dalla nuova edizione del libro Òra et labora. Difendi conserva prega, pubblicato dall’editore Aliberti e in uscita in questi giorni. Non sono intermezzi, ma parte integrante dello spettacolo. Ferretti porta in scena la sua scrittura con la stessa intensità con cui porta il canto, creando un impasto unico di voce, parola e suono.
Il riassunto della vita di un punk – se di riassunto si può parlare – che non è sempre stato il punk che conosciamo. «Fui giovanotto inquieto e mondano, da piccolo frequentavo cavalli».
Dal borgo natìo di Cerreto Alpi (suo attuale rifugio montano) alle estati trascorse a cantare Il mondo di Jimmy Fontana insieme al fratello maggiore, nei boschi e nei borghi dell’Appennino, contribuendo così all’economia familiare.
«Stavamo bene, niente di che ma proprio bene, niente di che, ma proprio bene». È il 1965 quando acquista il primo stereo. Non accetta facilmente l’etichetta di “cantante”: troppo stretta. Preferisce “cantore”, parola più antica, più solenne. La centralità, come ricorda l’etnomusicologo Ambrogio Sparagna, con cui nel 2004 compone Litania, è tutta nella potenza della parola. La parola come centro e come suono primigenio, da lasciare risuonare senza filtri.
Questa centralità della parola è anche al cuore del nuovo libro. La prima edizione del 2022 si intitolava semplicemente Óra, con la “o” chiusa, a indicare l’accadere, l’oggi: ciò che avviene nel presente, spesso oltre il pensiero, come ripete spesso Giovanni Lindo. Allora Ferretti non immaginava un ritorno sulle scene: la preghiera sembrava permeare tutto, e il mondo esterno restava quasi sullo sfondo. Oggi, dopo il ritorno dei CCCP, l’annuncio dei CSI e questo nuovo tour, Ferretti è rientrato nel mondo come artista. Per questo ha voluto trasformare il titolo in Òra et labora, con la “o” aperta, richiamando l’“ora et labora” benedettino. Non più solo l’accadere nella preghiera, ma l’accadere intrecciato al lavoro, al canto, alla presenza nel mondo.
Il deserto, l’assoluto, la trascendenza
Nel 1979 arriva l’Algeria. L’esperienza nordafricana, il deserto, la vastità del Sahara incidono profondamente sulla sua sensibilità mistica. Il silenzio diventa misura dell’assoluto. «Rullare di tamburi, castelli di argilla cotta al sole nel Maghreb»: immagini che nello spettacolo tornano come visioni.
«L’imprevedibile si era imposto», dice oggi, superati i settant’anni. Ripercorre le stagioni della sua vita: dalla nascita dei CCCP – Fedeli alla linea fino all’insperata réunion del 2024, partita il 21 maggio con il tour “Infedeli alla linea”. Con Massimo Zamboni, «con lui ho scardinato la mia vita», con Annarella, «benemerita soubrette», e Fatur.
Un ultimo spettacolo in cui tutto fu movimento: dal Teatro Valli di Reggio Emilia a Piazza Maggiore a Bologna, «conturbante per chi c’era», fino all’anfiteatro bimillenario di Taormina. Il pubblico ha ritrovato i CCCP, c’era la necessità di reggere fino a Berlino, dove tutto era nato nel 1982, ma «i cerchi non si chiudono mai. Si intersecano, inanellandosi». Per Ferretti, come il concerto è un cerchio, la parola letta che si fa poesia, la poesia che si trasforma in canto: finché canto, preghiera e poesia finiscono per coincidere.
È proprio questa coincidenza che la nuova edizione del libro mette a tema. Ferretti ha aggiunto un prologo e un capitolo finale, Cronaca, in cui racconta il passaggio dalla quasi clausura interiore del 2022 al ritorno sulla scena pubblica. L’edizione è curatissima: ha persino eliminato i tre punti di sospensione, sostituendoli con due, segno non solo della sua nota attenzione maniacale alla lingua, alla sillaba, agli spazi bianchi, agli a capo, al ritmo. La scelta di passare dai tre ai due punti di sospensione non è un dettaglio grafico: è il correlativo oggettivo del cambiamento. Nella prima edizione l’indeterminatezza era totale, aperta a un altrove non ancora definito; ora la sospensione si accorcia, si fa più vigile, più terrestre. È come se anche nella punteggiatura Ferretti dichiarasse il nuovo equilibrio – sempre instabile – tra preghiera e accadere. La scrittura cerca di restituire la sostanza della sua spiritualità.
Dalla Bologna punk ai CSI
I CCCP hanno attraversato la caduta del Muro di Berlino e il tramonto delle ideologie. Il percorso non è lineare: dagli anni incandescenti della Bologna punk alle etichette indipendenti, fino a un disco come Epica Etica Etnica Pathos, che segna una svolta. «La libertà non è mai stata facile né garantibile, ma c’è qualcosa che chiamiamo poesia, che ci fa ridere di cuore, che accade quando ci abbracciamo». L’imprevisto, per Ferretti, è ciò che mette alla prova la libertà e al tempo stesso la salva dall’usura.
Nel 1996 il viaggio in Mongolia con Zamboni ispira Tabula Rasa Elettrificata dei CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti, fondati nel 1992. È uno dei momenti più citati durante lo spettacolo, anche attraverso l’esecuzione di Brace: «Appare la bellezza, mai assillante e oziosa, languida quando è ora, e forte e lieve e austera». E proprio la Mongolia, con i suoi colori essenziali e profondi, ritorna anche nella nuova edizione del libro Òra et labora. La scelta cromatica della copertina e delle cornici – più o meno intenzionale – richiama non solo le tonalità dei tessuti millenari mongoli, ma quelle stesse tonalità della steppa, quasi un’eco visiva di quel viaggio fondativo. È come se la veste grafica del volume riportasse simbolicamente Ferretti in quel paesaggio interiore ed esteriore che continua a risuonare nella sua opera.
«I CCCP sono stati la mattina, i CSI un meriggio assolato. Il tramonto è nella steppa, la notte è PGR – Per Grazia Ricevuta». Con l’uscita di Zamboni arrivano la svolta cattolica e una profonda crisi ideologica e spirituale.
Il presente come necessità
Nello spettacolo risuonano anche i versi di Cronaca montana:
Certo le circostanze non sono favorevoli
E quando mai
Bisognerebbe, bisognerebbe niente
Bisogna quello che è
Bisogna il presente
Il racconto autobiografico include la svolta mistica e l’infarto del 2024, avvenuto a Venezia (con l’intervento salvifico di Pietrangelo Buttafuoco). «Tutto ciò che è venuto dopo è un di più». Se si fosse trovato nella sua casa di Cerreto Alpi, ammette, forse avrebbe lasciato che la sofferenza facesse il suo corso.
In questo attraversamento della vita, “Percuotendo” diventa il luogo in cui musica e scrittura si incontrano. Le letture tratte dal nuovo libro non accompagnano la musica: la completano. È un equilibrio nuovo, forse sempre instabile, tra spiritualità e mondo, tra Òra et labora, che Ferretti sembra oggi incarnare con una lucidità da artista settantenne che ha attraversato tutto e continua a tornare. Il 2026, anno del cavallo, richiama una delle sue passioni più profonde. In uno dei momenti più intensi, lontano dal microfono, Ferretti si rivolge direttamente al pubblico con il teschio del cavallo Tancredi tra le mani: «Essere o non essere. Apparire o non apparire». Il terzo millennio, osserva, è segnato dall’apprensione per la connessione continua e per l’intelligenza artificiale.
Un cerchio che resta aperto
Il trio chiude con la solennità del Te Deum. Dopo due lunghi giri di applausi, il ritorno in scena regala Annarella, in un finale spoglio, condiviso, che abbraccia l’intera sala. Nel racconto di Ferretti, musica, poesia e preghiera finiscono per coincidere. Non come nostalgia, ma come forma presente e necessaria. «Ma a ben vedere, dal palco non sono mai sceso». E come scrive Cristina Campo: «Ogni cosa fluisce nell’altra e tutto cade insieme, perdutamente».