“Questo mondo, dal Piano Marshall al culminare con Mani pulite e la tv di Berlusconi, vuole farti stare da una parte o dall’altra. Vuole che tifi come allo stadio”. Cuta ha le idee chiare su come vanno le cose nella società e nella politica. Un’osservazione tutt’altro che da “Paraculo”, come invece potrebbe suggerire l’omonimo titolo del suo primo disco. Il rapper, classe 2003, originario di San Giuliano Milanese, ha cominciato a girare l’Italia, per partecipare alle diverse battle di freestyle, nel 2021. Il (primo) botto della carriera lo ha avuto grazie alla vittoria di “Nuova Scena 2”, il rap show di Netflix, che lo ha visto trionfare giudicato da Fabri Fibra, Rose Villain e Geolier.
La scelta del titolo, “Paraculo”, “viene un po’ da Fabri Fibra” e, nonostante la giovane età, Cuta non si appropria dei soliti, triti e ritriti, cliché di (buona) parte del rap italiano. Le barre sono affilate, tutt’altro che rassicuranti. Il progetto comprende sedici tracce, mentre i featuring sono otto: Shade, Nitro, Dj MS, Axos, Gabrix, Sercho, Slava e Not Good. I testi di Cuta sono una fotografia, il più oggettiva possibile, della (sua) realtà. Il rapper, in occasione dell’uscita del suo primo album, ne ha raccontato la genesi a FqMagazine.
Nel 2025 hai vinto “Nuova Scena 2”: c’è un consiglio di un giudice che non dimenticherai?
Fabri Fibra mi ha detto una cosa che mi ha fatto ragionare tanto. Ma è un consiglio che non ho applicato al 100%. Diceva di spingere forte su una cosa perché, finché non entri nella testa delle persone, il pubblico capisce soltanto una versione di te. Il modo di uscire e la musica pubblicata dagli artisti oggi è come se fosse una ripetizione della stessa cosa, ma con piccole sfaccettature diverse. Capitalisticamente parlando, si viene riconosciuti solo sotto forma di un unico prodotto.
Il titolo del disco è “Paraculo”, perché?
Anche questa scelta viene un po’ da Fibra, perché all’interno di “Nuova Scena 2”, i giudici mi avevano dato un brano sarcastico da fare. Fibra avrebbe voluto che spingessi un po’ di più sull’acceleratore su alcune cose e quindi mi aveva detto “sì, fa incazzare, ma in maniera un po’ paracula, che rimane nella borderline”. Sul momento l’avevo presa sul ridere e non mi ci ero soffermato. Finito il programma, la frase mi ha fatto ragionare per una serie di dinamiche all’interno delle quali mi ci sono trovato.
Ad esempio?
Il dover parlare con la gente che ti ferma per strada anche se in quel momento non hai molta voglia. O il relazionarti con persone nuove che cercano di iniziare a fare parte della tua vita. Come persona non do nulla per scontato. Allo stesso tempo, non voglio far sembrare che non voglia parlare con l’altro. Tutte queste cose mi hanno portato a ragionare sul termine paraculo. E lo trovo curioso perché è un aggettivo che ha una concezione negativa nella nostra società. Ma se tu sei così paraculo da non sembrare paraculo, sei perfetto.
In “Cringe” t’immedesimi in alcuni adulti che, rivolgendosi ai più giovani, dicono che “Votare è una cosa da comunista” e che “Questa gente, immigrata, sta in Italia senza sapere la lingua”. Queste frasi fanno presa sui ragazzi?
Il fatto che facciano presa a me non importa. M’interessa che sia chiaro lo scenario che sto raccontando. Se parli, nel rap come nella quotidianità, di determinati temi, vieni etichettato come “quello di sinistra” perché tocchi quel tipo di questione. Invece non me ne frega un c***o di questa cosa qua. Non voglio che qualcuno mi dia ragione, ho l’interesse di descrivere. E come dico nella traccia conclusiva, “Paraculo”, cerco la chiave più funzionale rispetto all’argomento. Anche dividere è fondamentalmente: è il modo migliore per raccontare le cose.
In “Lui e Lei” racconti di una relazione tormentata, “tossica”: la Generazione Z è più attenta e consapevole rispetto al tema?
C’è molta più attenzione. E lo testimonia il fatto che parlare in maniera così razionale dell’amore sia una conseguenza del fatto che è stata posta attenzione sul tema della salute psicologica e sul rapporto tra uomo e donna. È positivo si inizi a parlare di ciò, però siamo anche una generazione molto fott**a dal punto di vista sentimentale, nella lettura delle emozioni.
Perché?
Le due cose entrano un po’ in contrasto. Da un lato c’è la razionalità ma, nel momento in cui ancora non hai vissuto una relazione, è facile idealizzare una persona. E quando ti trovi nella relazione non trovi applicazione a questo ideale. È un momento transitorio perché è come se per anni si fosse detto “in amore tutto è giusto perché conta il sentimento”. Mentre ora siamo in un primo periodo in cui, invece, si pone l’attenzione anche sul fatto che le relazioni non sono solo amore. Riguardano più la ragione. La sfida sarà trovare una via di mezzo tra le due cose, cioè saper vivere con leggerezza il sentimento, ma al tempo stesso non essere ineducati dal punto di vista del rispetto e del buon senso per l’altro.
“Tu diglielo al tuo amico che appoggio le sue battaglie ma che non risolve niente da maestrino rompipalle”: per comprendere e sposare appieno una causa bisogna viverla da vicino?
Il vicino è relativo a come la senti. Le cose sono personali e bisogna comprendere perché si fa una battaglia, più che quanto si è vicini ad essa. Per quanto una persona possa essere vicina ad una causa, se ci tiene veramente ad affrontarla, trova la chiave comunicativa più giusta. Perché se trova soltanto quella che ti fa alzare la voce vuol dire che, a quella persona, non serve combattere quella battaglia. Il tema non è quanto siamo vicini alla questione che vogliamo sposare, ma quanto siamo vicini tra di noi. Abbiamo la woke culture ed anche il suo contrario. E questa spaccatura è la dimostrazione che il sistema capitalista da questo punto di vista sta vincendo. Ci mettono maschi contro femmine, vegani contro non vegani. Queste cose ci distraggono. Il problema è quando si ha ricchi contro poveri. Nel mio cerco di decostruire entrambe le parti. Non solo quella del conservatore, ma anche quella opposta, perché trovo che non siano comunicanti. Il tema sta nel linguaggio, non nel contenuto.
“A guardare l’Italia penso fregno Totò Riina. A guardare i padri penso meglio muoio prima”, dici in “Sulla Luna”. Cosa intendi?
Mi riferisco al modello del “farcela prima degli altri”, di quella furbizia tipicamente italiana. Con la parola “padri” mi riferivo alla generazione dei nostri genitori, che ci hanno insegnato determinate cose. Però, alla fine, non li troviamo fighi come modelli. La barra su Totò Riina è una provocazione che racconta la mia impressione che il crimine ci attragga dal punto di vista generazionale perché “il fine giustifica i mezzi”, sempre, perché accresce questa narrativa di “fot***e il sistema”.
In “Eva” ti interroghi su cosa voglia dire “patriarcato”. Che risposta ti sei dato?
I temi sono molto alti ed è difficile dargli una forma definitiva. Non ho una risposta certa, continuo a farmi domande al fine di rispettare tutti.
In “Mettici la Faccia” parli di polarizzazione nei giudizi. Ora si è bene o male, “Ghandi o Hitler”. Non esistono più le vie di mezzo?
Credo esistano ancora. Io mi sento una via di mezzo. La massa è polarizzata, o ti odia o ti ama. È difficile raccontare la via di mezzo ma un rapper che vuole essere tra i due poli deve trovare un modo per far ragionare entrambe le estremità. Così come è difficilissimo fare le battaglie senza risultare antipatici, o come è più difficile per un politico di sinistra farsi propaganda rispetto a uno di destra, ma anche rispetto a un liberale.
Come mai?
La destra parla più alla pancia. Invece quando le cose le devi spiegare diventa più difficile. Questo mondo, dal piano Marshall al culminare con Mani pulite e la tv di Berlusconi, vuole farti stare da una parte o dall’altra. Vuole farti tifare come allo stadio.
Che spiegazione ti sei dato?
Perché non vuole che tu sappia. Se alcune cose si sanno, non si sta più o da una parte o dall’altra. Quindi sì, ci sono le vie di mezzo ma non è un periodo storico facilissimo per farsi capire ai più.
In “Fatti Miei” parli di Italia come madre e di Stati Uniti come padre, perché?
C’è una dinamica “familiare” che, per certi aspetti, ho visto tante volte nelle case degli amici e nelle storie che ho sentito raccontare nei film. Ho preso due modelli che mi sembravano descrivere coerentemente, ovviamente in maniera allegorica, quello che l’Italia è per i suoi figli, cioè noi, e quello che gli Stati Uniti è per i suoi figli, sempre noi, in quanto madre e padre. Ho cercato questa chiave narrativa per avvicinare chi l’ascolta. Questo brano era uscito, in una versione leggermente variata su Instagram e TikTok, prima del disco completo. La cosa che mi è piaciuta è che tantissimi capiscono cosa sto dicendo e tantissimi no.
Cos’hanno compreso gli ascoltatori?
Molti riescono a rivedere il loro struggle (il battersi, ndr) anche solo nella descrizione della madre, del padre. Alcuni credono riguardi me nello specifico e quella è la cosa più bella in realtà. Perché i problemi riguardano tutti, anche chi non li capisce.