Cinema

Sottomissione e desiderio: il doppio volto del dominio nei film Pillion e La Gioia

Due opere in sala mettono in scena rapporti di potere e dipendenza affettiva: l’esordio di Harry Lighton sceglie un realismo sadomaso asciutto e controllato, mentre Nicolangelo Gelormini rilegge la cronaca nera in chiave visionaria e controversa. Una riflessione opposta — e non sempre riuscita — sull’amore come asimmetria.

di Davide Turrini
Sottomissione e desiderio: il doppio volto del dominio nei film Pillion e La Gioia

Amore e sottomissione possono stare cinematograficamente insieme? Escono contemporaneamente, e casualmente, nelle sale italiane Pillion e La Gioia e noi ne forziamo la coesistenza in maniera arbitraria perché pongono al centro del racconto un rapporto (senti)mentale di dominanza a senso unico tra presunte coppie disfunzionali. Il primo è tratto da un romanzo britannico (Box Hill) intriso di esplicito BDSM, tute in pelle da biker dominatori e con un introverso magrolino sognante controllore della sosta. Il secondo è estrapolato, va detto con tatto alquanto peregrino, da un raccapricciante e recente caso di cronaca nera italiano, con protagonisti un ragazzetto perverso, fluido e criminale e un’insegnante cinquantenne zitellona altrettanto invaghita del suo carnefice. Che i due titoli si incrocino in sala, dicevamo, è un caso. Che Pillion abbia più carte in regola di La Gioia lo è fino a un certo punto. Ma andiamo con ordine.

È molto divertente l’appellativo che Peter Bradshaw sul Guardian ha dato all’opera prima di Harry Lighton: un Wallace e Gromit sadomaso. Già, perché la storia di sesso, latex e vaselina che investe prima di tutto l’addetto alla sosta Colin (Harry Melling) richiama quella classica del padrone e del suo inequivocabile schiavo a quattro zampe, con tanto di collare (in sala ne trovate una versione imbarazzante anche in Cime tempestose, ndr), che si vede in un episodio dell’animazione Aardman. Colin non ha avuto grandi relazioni d’amore, anzi forse è proprio vergine su tutti i fronti, canta con il padre in un quartetto da pub e una sera, tra pinte di birra e lucine natalizie, riceve dall’aitante, biondo e muscoloso motociclista Ray (Alexander Skarsgård) un bigliettino con l’invito a vedersi nel tardo pomeriggio del giorno di Natale davanti a un supermercato.

La buffa famigliola di Colin sembra quasi festeggiare l’evento sentimentale del figliolo, anche se Colin, giunto oramai al tramonto all’appuntamento, si ritrova in pochi istanti in un vicolo con la testa spinta all’altezza del pube di Ray per consumare forzatamente sesso orale. Da qui inizia un’avventura di coppia dove Ray fa capire subito a Colin che fungerà da oggetto di totale sottomissione, a partire dalle incombenze casalinghe, dai giochi erotici ai rapporti sessuali e fino al dormire ai piedi del letto per terra come un cane. Colin ci cade dentro con corpo, anima e tanto cuore. E così, mentre Ray forza la resistenza corporea di Colin alzando sempre di più l’asticella della sottomissione fisica, Colin cercherà vanamente di forzare il rapporto in chiave di amorosi sensi come fossero una coppietta che corre felice sui prati.

Lighton decide fin dalle prime sequenze di prosciugare il personaggio di Ray da dettagli, parole o passato da scoprire, donandogli un’affascinante algida solennità in numerosi camera car e relegando Colin a piani ravvicinati di estatico tormento. Il registro narrativo è quello di un realismo quotidiano senza sconti surreali o immaginari, condito perfino da dettagli anatomici incombenti; mentre, a livello stilistico, la regia non tende mai all’enfatico o al ridondante. Lighton inquadra il suo amore gay come se, nell’irriducibilità del sadomaso, si potesse scorgere un angolo di luce sentimentale, affettiva e meno meccanica. Finale e sottofinale li lasciamo agli spettatori, ma nella sorpresa non si cerca affatto lo scandalo o la morale, bensì solo una sana consapevolezza esperienziale.

In La Gioia di Nicolangelo Gelormini la sottomissione è quella della cinquantenne Gioia (Valeria Golino), un’insegnante di francese goffa, simil-beghina, che vive nella provincia torinese con gli anziani e asfissianti genitori in una stanzetta da adolescente (tifa per la Juventus e ascolta Reality di Richard Sanderson da Il tempo delle mele di continuo su una tv, sic), per l’infido, imberbe e belloccio Alessio (Saul Nanni), ripetente appena diciottenne senza nessuna voglia di studiare ma che si guadagna volontariamente da vivere prostituendosi e mutando aspetto in orge maschili o con arrapate ed eleganti signore borghesi.

Con cotanta mamma avvenente, squattrinata e complice (Jasmine Trinca, oggi addirittura cassiera dalle curve mozzafiato), infilatosi per caso in casa di Gioia, Alessio viene attratto dai suoi averi e con la scusa di lezioni di recupero di francese la seduce, da bimbetto sciocco e furbo quale è. Ma così come in Pillion il sadomaso che regola flusso e intensità emozionale sfiora l’ultrarealismo, in La Gioia le ragioni di una sottomissione più platonica e mentalmente servile di lei verso di lui vanno rintracciate in un caotico guazzabuglio di tonalità e parallelismi nella rappresentazione di spasmi e singulti di Gioia.

Tanto va alluso e intuito, anche se poi ci si appende, anzi proprio ci si impicca (e si impicca Gioia) in una sequenza tra l’onirico e il fantastico dove Alessio, steso sul ramo di un albero, regge con la mano il collo di lei penzolante nel vuoto senza farla cadere. Insomma, non serve sapere la fine che fece la vera Gloria Rosboch, a cui si rifà il personaggio della Golino, perché il tocco artistico ha già emesso la sua sentenza visiva (ci sono anche altre sequenze para-antonioniane sulla pista del Lingotto davvero cringe).

Gelormini prova a strutturare con fatica anche una seconda ipotesi – quella sentimentale – tra Gioia e Alessio, nel frattempo fuggito con un gruzzolo pazzesco cedutogli da Gioia. E visto che non vuole affatto allontanarsi dai particolari dei fatti di cronaca, deve barcollarci attorno, costruirci una serie di maschere e mascheroni (la Trinca femme fatale di periferia è forzatissima) che prorompono nel maquillage a cui è stata sottoposta la Golino, iperinflazionata di primi piani. Si dirà: funzionale al rapporto speculare tra il giovanotto bello e la tardona bruttina? Ebbene, parrucche, occhialoni, nasi e rughe che mostrificano Golino non sono altro che una terrificante, quanto non proprio necessaria né educata, somiglianza con la vera Rosboch.

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