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Ero tra i tremila cronisti a seguire la prima udienza del Maxiprocesso: cosa vidi la sera prima

Su quel vecchio taccuino ci ho trovato sopra il seguente appunto: “9 febbraio 1986. Domenica, sera, vigilia di maxiprocesso. Torno a casa e passo davanti al teatro Politeama..."
Ero tra i tremila cronisti a seguire la prima udienza del Maxiprocesso: cosa vidi la sera prima
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Il 10 febbraio 1986 c’era freddo e qualche goccia di pioggia fuori dall’aula bunker del carcere dell’Ucciardone. Il processo che iniziava in quelle ore provava l’esistenza della Cosa nostra siciliana e dei suoi crimini. Oggi sembra una banalità, siamo pieni di maxiprocessi, ma allora era una svolta nella storia non solo giudiziaria italiana.

Fino a qualche anno prima Vito Ciancimino era stato sindaco di Palermo e ora, 10 febbraio ‘86, lui e altre 474 persone (tra cui Totò Riina, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano) erano imputati in quell’aula. Nei sei anni precedenti a quel giorno avevano ucciso tutti quelli che, spesso in solitudine, lavoravano per denunciare e cercare di dare un volto al potere politico della mafia: il presidente della Regione che voleva stoppare gli appalti mafiosi; il procuratore che indagava sui boss; al capo dell’ufficio istruzione che aveva formato il pool di magistrati autori del maxiprocesso avevano messo una bomba sotto casa e un intero isolato era saltato in aria, come a Beirut; al generale dei carabinieri mandato in Sicilia come prefetto antimafia avevano sparato per strada; una mitragliata sotto casa aveva ucciso il commissario che aveva fatto le indagini sugli imputati del maxiprocesso e pochi giorni prima avevano sparato anche al capo della catturandi che li aveva materialmente arrestati. Avevano ucciso anche il leader dell’opposizione in Sicilia e avevano fatto fuori anche otto giornalisti che scrivevano liberamente di mafia.

Ma non c’era internet e il mondo era lento. Fare la cronaca di quell’evento giudiziario era importante. Oggi apri il cellulare e ci sono gli Epstein Files che corrono sulla Rete, allora l’ordinanza del processo con le dichiarazioni di Buscetta che descriveva per la prima volta nomi, regole, riti e organizzazione della mafia siciliana te la dovevi leggere su faldoni. Allora era tutto scritto, cartaceo, lento.

C’erano tremila cronisti a seguire quell’evento, venivano da molte parti del mondo. In mezzo c’ero anch’io, dovevo scrivere corrispondenze per Radio popolare e per il manifesto. Due anni prima di quel giorno avevano ucciso anche il direttore del giornale I Siciliani nel quale avevo imparato a fare il cronista.

Mi guardavo intorno e vedevo un sacco di cose in quella Palermo. Non solo quel processo, la cronaca giudiziaria era dentro quel contesto. Qualche anno fa ho ritrovato un mio taccuino di quei giorni; allora non c’erano computer e si scriveva a penna, un caffè costava 500 lire e si dettavano i pezzi al giornale imbucando un gettone da 50 lire in una cabina telefonica per strada o correndo a casa e girando la ruota per formare il numero del giornale sui vecchi telefoni analogici. Su quel vecchio taccuino ci ho trovato sopra il seguente appunto: “9 febbraio 1986. Domenica, sera, vigilia di maxiprocesso. Torno a casa e passo davanti al teatro Politeama. C’è un ragazzo (uno dei duemila e cinquecento tossici di Palermo) che arriva barcollando, si siede su una panchina e si alza la manica della camicia. Poi tira fuori la siringa e un cucchiaio. Fiamma da un accendino. Si buca e si stende per dieci minuti. Poi si scrolla, si rialza e va via. Tra la folla. Il maxiprocesso non lo citerà mai ma parlerà anche di lui”.

Con la mia mazzetta dei giornali sottobraccio, in fila per entrare nell’aula in quel primo giorno di Maxiprocesso pensavo a quel ragazzo. Oggi i ragazzi di Palermo si fanno di crack e di processi alla mafia ce ne sono stati tanti. Ma quello era il primo e provava che la mafia esisteva e uccideva e governava. Fin a quel processo, insomma, la Cosa Nostra era “un’invenzione dei comunisti per diffamare la Dc” (cit. cardinale Ernesto Ruffini, 1977) e dunque non esisteva. Molti la negavano.

Nella mazzetta di giornali che quel 10 febbraio di 40 anni fa avevamo sotto braccio, c’erano titoli datati. Sulla prima pagina del manifesto, l’allora presidente del consiglio Craxi, governo detto del “pentapartito” con Andreotti ministro degli Esteri e inflazione al 25 per cento, dichiarava: “La mafia è sconfitta”. “Entra la corte, silenzio” avvertiva l’editoriale del Giornale di Sicilia che invitava a non continuare le rumorose prime manifestazioni di studenti e a “non strumentalizzare quel processo”. Nei mesi precedenti, quello stesso giornale aveva definito “giudice sceriffi” i quattro giudici che avevano istruito quel maxiprocesso.

Negli anni precedenti ero andato a conoscere Giovanni Falcone; era il 1982, in un palazzo di giustizia dove si accedeva senza filtri o metal detector. Entravi, giravi a sinistra nel corridoio a piano terra, facevi 50 metri senza essere identificato da poliziotti. Suonavi alla sua porta e lui ti apriva. La sua finestra, con vetro blindato da tre centimetri, aveva una indifesa vista sul quartiere del Capo, dieci gradini di scale e poi il ventre di Palermo.

Falcone e Borsellino, è noto, saranno poi uccisi sei anni dopo quel ventoso febbraio 1986, perché la mafia imputata per la prima volta quel giorno (e poi condannata in via definitiva per la prima volta nella storia giudiziaria italiana) non era riuscita ad “aggiustare” quel maxiprocesso. E ora, 40 anni dopo e celebrati molti altri processi simili? Per fortuna, adesso, nessuno nega l’esistenza della mafia diventata tuttavia “invisibile” e per fortuna in Italia non si uccidono più magistrati né poliziotti o giornalisti. Ma solo da una decina di anni Bankitalia calcola che gli affari delle mafie siano pari al 10 per cento del pil italiano, una “cosa loro” che vale circa 180 miliardi di euro all’anno e mina dal di dentro la democrazia nel mondo.

Anche perché pochissimi seguono uno dei consigli più lungimiranti di Falcone che 40 anni fa invitava a “follow the money” e parlava di “mafia che investe in borsa”. E lo diceva nell’anno, era proprio il 1986, in cui il governo Craxi introdusse la seguente regola: inserire la voce “economia sommersa” nel calcolo del pil nazionale. Trucco contabile che fece balzare l’economia italiana tra le prime economie occidentali. Ma questa, forse, è tutta un’altra storia. O no?

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