Cinema

50 sfumature di Cime tempestose, l’operazione Frankenstein che svilisce, tradisce e umilia il romanzo di Emily Bronte

Una morbosità sadomaso che confonde, sovrappone, mescola continuamente schiavi con padroni, tormento con romanticismo, in un guazzabuglio sensoriale provocatoriamente esibizionista. Oltre la superficie fiammeggiante trovi sempre caos di scrittura e un vuoto frullare registico

di Davide Turrini
50 sfumature di Cime tempestose, l’operazione Frankenstein che svilisce, tradisce e umilia il romanzo di Emily Bronte

Un po’ di uggioso BDSM, un po’ di gonzo reel alla Instagram, catene, mordacchie, corpetti stretti stretti, masturbazioni, eiaculazioni ed erezioni nella nebbia dello Yorkshire. Tutti pronti per le 50 sfumature di Cime tempestose che arriva nei cinema per San Valentino. La versione arbitraria, sterile e svilente del romanzo di Emily Bronte da parte di Emerald Fennell è di quelle operazioni concettualmente “Frankenstein”, sperperatrici di budget ed elegantemente superficiali, che portano a chiedersi perché si sia andato a disturbare un classico letterario per rimasticarlo e tradirlo.

A fine settecento in un paesello dello Yorkshire la piccola Cathy assiste all’impiccagione in pubblica piazza di un uomo e grazie alla folla impazzita si eccita ad intuire nel moribondo appeso un’ultima folgorante erezione. Assieme alla dama di compagnia Nelly torna a casa nell’aspra e selvaggia brughiera di Wuthering Heights, assiste alla solita burbera umoralità paterna, alle ristrettezze economiche del suo seppur reale lignaggio sociale, e all’arrivo di Heathcliff, un trovatello recuperato dal padre dopo alcuni giorni di assenza e sbornia.

Heathcliff e Cathy vivranno spudoratamente felici, come animaletti luridi e irrefrenabili su e giù per prati e rocce, poi crescendo, lei diventa subito la 35enne Margot Robbie (senza un filo di trucco) e lui il 28enne Jacob Elordi con barbona zozza e sguardo truce da contadino a petto nudo modello Babilonia. E pur sentendosi i due indissolubilmente legati nel profondo delle viscere, Cathy sposerà il non proprio aitante ma ricco vicino mister Linton (Shazad Latif) confessando comunque a Nelly (Hong Chau) che nonostante le nozze: “Io sono Heathcliff (…) lui è me stessa più di quanto io lo sia (…) Non so di cosa sono fatte le nostre anime, ma la mia e la sua sono identiche”.

Heathcliff prima fuggirà scomparendo nel nulla, poi tornerà (nel film) dopo diversi anni ricco, spavaldo e dandy, con orecchino dorato al lobo, acquisterà la tenuta di Wuthering Heights e attuerà la sua “vendetta”. Difficile far combaciare romanzo a film, a partire dal ritorno di Heathcliff qui robotico in una passione adolescenziale che lo tramuta in una figura tra Dracula e Rocco Siffredi più che un vendicatore di soprusi personali alla Conte di Montecristo. Licenza poetica si dirà. Solo che Cime tempestose della Fennell di licenze poetiche ne è pieno zeppo, grondante e tutte fuorvianti.

A partire da quella narrativamente cruciale sintomo di un pasticcio di scrittura che ammicca a un giallo con data di scadenza superata: nel film sarebbe Nelly, qui già tramutata in una mezza cinese nello Yorkshire di fine settecento (mentre Heathcliff in origine sarebbe uno “zingarello” proveniente dal mare qui mezzadro britannico), a far dire cattive parole a Cathy contro Heathcliff mentre si accorge che lui è dietro la porta ad origliare. Insomma, dopo quasi duecento anni di romanzo dell’allontanamento del bellimbusto e fratellastro c’è un colpevole. Bene. Grazie. Fennell non contenta di aver inventato questo, la spudorata introduzione macabro fallica, ad usare come patto d’amore Heathcliff che succhia le dita umide di Cathy che si è appena masturbata, ad aver cancellato futuri discendenti, intriganti figure letterarie narranti, ad aver trasformato pure il povero inserviente Joseph nell’amante di Lady Chatterly, insuffla negli occhi dello spettatore questo tracotante e barocco mondo pop (maledette All Star della Coppola in Maria Antonietta!) dove l’universo Bridgerton si fonde scenograficamente nelle combustioni di Burri, nei liquami sanguinolenti di Shining, nella simbologia cruda del sesso evocata dalla visione di bava di lumaca, zampa di porco e pasta sfoglia appiccicosa.

Ma soprattutto dove la morbosità sadomaso confonde, sovrappone, mescola continuamente schiavi con padroni, tormento con romanticismo, in un guazzabuglio sensoriale provocatoriamente esibizionista. Apice di questa ostentata sotterranea “poetica” il libercolo regalo di Natale in casa Linton con i pop up sporcaccioni: una rosellina che si apre come una vagina e un fungo che si erge a cazzo. Gratta gratta, però, oltre la superficie fiammeggiante trovi sempre caos di scrittura e un vuoto frullare registico. Cali infine il silenzio su quel poster del film con Elordi che abbraccia Robbie come Gable con la Leigh in Via col Vento. Che poi Robbie, ormai ancorata al ruolo di Barbie, sembri sullo schermo la mamma di Elordi, è l’ultimo dei misunderstanding di un dimenticabile film.

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