Libri e Arte

Il Mostro di Milano, Jucker, Zinnanti, Vallanzasca: il paradosso dell’identità meneghina nella scia di sangue e morti del libro “Atlante della nera milanese”

Il libro ripercorre alcuni dei crimini più efferati commessi nel capoluogo lombardo, dal Mostro di Milano a Ruggero Jucker

di Davide Turrini
Il Mostro di Milano, Jucker, Zinnanti, Vallanzasca: il paradosso dell’identità meneghina nella scia di sangue e morti del libro “Atlante della nera milanese”

Segui la scia di sangue, pallottole, martellate e morti ammazzati, e ritrovi la Milano fin de siècle. A mettere in fila le decine, anzi centinaia, di omicidi che hanno insanguinato il capoluogo lombardo dagli anni cinquanta ai primi anni duemila del Novecento pare di stare nella Chicago di Al Capone o nel Bronx newyorchese delle bande. L’operazione memoria insanguinata meneghina l’ha compiuta Giuseppe Paternò Raddusa con “Atlante della nera milanese (Utet)”. Un lavoro metodologico che richiama l’attento carotaggio storico alla Enrico Deaglio di Patria mescolato alle migliori pratiche esegetiche di delitti e omicidi alla Carlo Lucarelli. Un raggruppamento tematico (sei capitoletti con tre casi l’uno) apparentemente succinto ma ricchissimo di dettagli, suggestioni, analisi socio-politiche che Raddusa offre nella pienezza della cronaca dell’epoca (ci sono parecchi puntelli giornalistici dei cronisti e dei commentatori più celebri come Enzo Biagi e Lina Sotis) e nella ricostruzione appassionata a posteriori modello storytelling da Crime Investigarion. Si va dai “cold case” del presunto Mostro di Milano o quello dello strozzino Guillermaz, al terrificante omicidio nel 1976 all’Idroscalo per noia della 16enne Julia Calzoni da parte di Fabrizio De Michelis e Giorgio Invernizzi; fino al caso Gucci, al caso Jucker e a quello dell’assassino dai riccioli d’arcangelo; passando, ça va sans dire, per l’oramai celeberrima mutazione banditesca da politica (Banda Cavallero) a malavitosa (Vallanzasca, Epaminonda). “La città che insegue troppi trend e poche anime, pressata dal caro affitti e da dibattiti infiniti sulla sicurezza, ha parzialmente smarrito la sua identità; ripercorrere alcuni dei suoi crimini, ubicati nelle sue zone più delicate e caratteristiche, può, nel paradosso, aiutare a ricostruirne una porzione significativa, per chi non ne ha più memoria o per chi ne è anagraficamente distante”, scrive nell’introduzione Raddusa.

Insomma, Milano non è mai stata solo quella città da completi alla moda, start-up e brokeraggio elegante come la si vuole dipingere nei depliant social e web turistici e d’affari contemporanei. C’è stata un’epoca, pre Kabobo, in cui si poteva venire falciati da raffiche di mitra in strada, dove si finiva ammazzati al ristorante o al bar con biliardo in mezzo a regolamenti di conti malavitosi in mano ai clan del Sud. Milano biscazziera legata a un filo invisibile con la Milano Bene, quella edonista, tossica, iperpatinata degli ottanta. Milano che non si fa mancare nulla di psicologicamente folle all’americana: dal killer che vuole purificare le anime della gente ammazzandole (Gaspare Zinnanti) al pazzo figlio di papà che uccide la fidanzata con un coltello da sushi poi grida “Io sono Osama Bin Laden” (Ruggero Jucker).

Il Mostro che fece rabbrividire Milano

L’evocativo pastoso racconto di Raddusa mette in risalto anche il classico salto scientifico-tecnologico che avviene per la risoluzione dei casi di omicidio dagli anni novanta in poi, proprio seguendo la decina di delitti irrisolti del cosiddetto Mostro di Milano, e proprio per bocca di un capo della polizia degli anni settanta che li seguì senza ottenere risultati: “era l’intuito a governare, non l’indagine”. E proprio su uno degli omicidi irrisolti del presunto Mostro di Milano (per chi non è milanese, ipotesi davvero da brividi che surclasserebbe Pacciani&Co), Raddusa riporta un’altra vertigine alto-basso di una Milano forse meno classista allora che oggi. Adele Dossena, un’affittacamere trovata uccisa nel suo appartamento nel febbraio del 1970 in via Copernico 18, era la madre dell’attrice Agostina Belli.

Scrive Raddusa: “Dopo la tragica morte di Dossena, per Belli è iniziato un vero e proprio calvario: prima le indagini chiuse in grande velocità, poi la decisione di indagare in autonomia, ingaggiando un detective privato. Una scelta che le costa denaro, ma soprattutto minacce: riceve telefonate anonime, in cui è invitata a desistere dalle sue ricerche. O farà la stessa fine di sua madre”. Poi ecco Belli – oggi 76enne – riemergere non per i frame di “Profumo di donna” o “Telefoni bianchi”: “Per anni tutto quello che ho guadagnato l’ho investito per cercare l’assassino di mia madre. Intanto giravo film, è arrivato il successo. Ma la fama, i premi […] non mi interessavano: volevo solo guadagnare soldi per cercare la verità”. Insomma, il paradosso è servito: tra i morti ammazzati di “Atlante della nera milanese” c’è più profumo “del temp del Carlo Côdega” che tra il globalismo eco incravattato della Milano progressista del 2026.

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