Portare a teatro il tema del dismorfismo digitale non è affatto facile. Il tema è “caldo” e sentito soprattutto dalle nuove generazioni che si ritrovano in mano tutti i pregi nel maneggiare i cellulari e il mondo digitale, ma incapaci (loro malgrado) di avere gli strumenti per frapporre un muro tra ciò che è rappresentato nello schermo dalla lucina blu e la propria vita. Succede proprio questo al protagonista dello spettacolo teatrale dal titolo emblematico, “I corpi che non avremo” di Francesco Toscani con alla regia Andrea Piazza e in scena con Fabrizio Calfapietra e Simone Tudda. In scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 14 febbraio.
Al centro della storia c’è Mattia (un bravissimo Fabrizio Calfapietra che si impone nella scena sia con la voce che col fisico) che festeggia 33 anni. Ma il suo è un compleanno atipico, si fa gli auguri da solo e al posto di una torta con le candeline, ha davanti a una semplice ciotola di latte e cereali. I messaggi di auguri scorrono velocemente sul telefonino e in molti si lamentano di non vederlo da troppo tempo. Ma Mattia vive in completa solitudine barricato dentro la realtà virtuale. Ed ecco che, come nella migliore tradizione greca, appare l’Altro (Simone Tudda), la coscienza ma al contempo l’incoscienza di Mattia. Un coro greco targato 2026.
L’Altro sbatte in faccia la realtà a Mattia e, come uno psicanalista, lo costringe ad andare a ritroso nel tempo quando in un campetto di provincia, il protagonista a soli nove anni, ha scoperto per la prima volta lo sguardo degli altri. E non si è piaciuto, si è sentito giudicato, fuori posto e contesto. Come recita lo spettacolo “l’individuo si annulla per ritrovare un senso di perfezione che la realtà biologica gli nega, marciando finalmente nella luce e nel sempre”.
Il regista Andrea Piazza riesce sulla scena ad evocare i vari livelli narrativi del flusso di coscienza di Mattia con espedienti davvero interessanti, seppur semplici ma innovativi tra giochi di ombre cinesi e proiettori su un grande telo bianco, che altro non sono che le coperte del letto dove ormai Mattia vive.
Ma sarà possibile mai quel giorno in cui ognuno di noi potrà riappropriarsi del proprio corpo, della propria coscienza e della propria vita?