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Sarah Ferguson nei guai dopo le rivelazioni nei file di Epstein: chiude “a tempo indeterminato” la sua associazione benefica

L'ex duchessa di York è stata costretta a chiudere la sua fondazione benefica dopo le email compromettenti emerse dai file Epstein

di Redazione FqMagazine
Sarah Ferguson nei guai dopo le rivelazioni nei file di Epstein: chiude “a tempo indeterminato” la sua associazione benefica

Sarah Ferguson non è più alla guida della sua associazione benefica. Il Sarah’s Trust, la charity che portava il suo nome ed era presieduta dall’ex duchessa di York, chiuderà “a breve per un tempo indeterminato”. La decisione arriva dopo le ultime rivelazioni contenute nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense sui rapporti tra Ferguson e Jeffrey Epstein, il finanziere americano condannato per reati sessuali e morto suicida in carcere nel 2019.

Un portavoce dell’organizzazione ha spiegato che la scelta è maturata dopo “alcuni mesi” di discussioni interne: “La nostra presidente Sarah Ferguson e il consiglio di amministrazione hanno concordato che, con rammarico, la fondazione chiuderà a breve per un tempo indeterminato”. Alla base della decisione, il riemergere di email che mostrano come Ferguson fosse in contatto con Epstein anche nel 2009, quando il faccendiere si trovava in carcere dopo il primo arresto e una condanna giudicata da molti estremamente blanda.

In uno di questi messaggi, inviato mentre Epstein era detenuto, l’ex moglie del principe Andrew gli chiedeva consigli su come avviare Mothers Army, una piattaforma commerciale rivolta alle madri. Il progetto, come altri lanciati negli anni da Ferguson, non ebbe successo. Le carte Usa mostrano inoltre come Ferguson avesse più volte chiesto aiuti economici a Epstein, definendolo in varie occasioni una “leggenda” e “il fratello che avrei sempre voluto”, e come lo avesse coinvolto nella sua vita familiare, anche in relazione alle figlie Beatrice ed Eugenie.

Le nuove rivelazioni su Ferguson si intrecciano con una pressione crescente sull’ex marito, il principe Andrea, oggi noto ufficialmente come Andrew Mountbatten-Windsor. A chiederne la testimonianza sono gli avvocati che rappresentano le vittime di Epstein, insieme a parlamentari statunitensi e, nel Regno Unito, a esponenti politici. Andrew, tuttavia, appare poco propenso a esporsi di nuovo dopo l’intervista alla Bbc del 2019, rilasciata a Emily Maitlis, che segnò un punto di svolta negativo per la sua immagine pubblica. “Se si prende l’intervista a Newsnight come precedente, allora non si sa cosa Andrew potrebbe dire o come potrebbe apparire sotto un interrogatorio molto, molto ostile, ben più di quello affrontato con Emily Maitlis”, ha dichiarato Craig Prescott, esperto di diritto costituzionale e monarchia alla Royal Holloway University di Londra. “È difficile vedere come, in senso stretto, sarebbe nell’interesse di Andrew farlo volontariamente”.

Secondo Gloria Allred, avvocata che rappresenta molte delle vittime di Epstein, Mountbatten-Windsor ha invece “il dovere” di fornire qualsiasi informazione utile: “Ha il dovere di offrire qualunque prova possa aiutare gli investigatori a capire come Epstein sia riuscito ad abusare di così tante donne per così tanto tempo e chi altro possa essere stato coinvolto”. Allred ha aggiunto che non spetta ad Andrew decidere se ciò che sa sia rilevante: “Non è lui a dover stabilire se ha informazioni utili. Non è troppo tardi, e ha informazioni che può condividere e che potrebbero aiutare”. L’ultima volta che Andrew tentò di spiegare il suo rapporto con Epstein, il risultato fu disastroso. Nell’intervista del 2019 fu criticato per aver continuato a frequentare il finanziere anche dopo la condanna del 2008 e per la mancanza di empatia mostrata verso le vittime. Da allora, la sua posizione all’interno della famiglia reale è progressivamente peggiorata. Lo scorso autunno, re Carlo III gli ha tolto i titoli reali e il diritto di essere chiamato “principe”, nel tentativo di proteggere la monarchia dalle ricadute dello scandalo. Andrew è stato anche costretto a lasciare il Royal Lodge, la residenza di 30 stanze vicino al castello di Windsor in cui viveva da oltre un decennio.

Dal punto di vista legale, la possibilità di costringerlo a testimoniare davanti al Congresso americano appare limitata: “Ci sarà un’enorme pressione perché lo faccia, ma anche se dovesse presentarsi, dubito che rivelerebbe qualcosa di significativo”, ha detto Mark Stephens, avvocato specializzato in casi internazionali a Londra. “Mi aspetterei che si appellasse al diritto a non autoincriminarsi. Non credo che, al di là del suo nome, risponderebbe davvero alle domande”. I documenti diffusi venerdì dal Dipartimento di Giustizia suggeriscono che Epstein avesse tentato di organizzare un incontro tra Andrew e una “bellissima” donna russa di 26 anni e che l’ex principe avesse offerto a Epstein una cena a Buckingham Palace. Le stesse carte contengono anche le email di Sarah Ferguson in cui definisce Epstein una “leggenda” e “il fratello che ho sempre desiderato”. I documenti non provano reati da parte di molte delle persone citate, ma mostrano l’ampiezza della rete di relazioni del finanziere.

Andrew aveva dichiarato nel 2019 di essere disposto a collaborare con “qualsiasi autorità competente”, ma i fatti successivi raccontano altro. Dieci mesi di negoziati tra i suoi legali e i procuratori federali statunitensi non portarono a un’intervista. I suoi avvocati rifiutarono l’ipotesi di un interrogatorio diretto, proponendo risposte scritte. Nel settembre 2020 i procuratori rinunciarono alla collaborazione volontaria e ipotizzarono di ricorrere ai tribunali britannici tramite il trattato di assistenza giudiziaria reciproca. Non risulta che quella testimonianza sia mai avvenuta.

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