La settimana dell’Alta Moda di Parigi segna tre debutti cruciali e mette alla prova l’idea stessa di eredità creativa. La couture, oggi più che mai, è banco di prova per capire in che direzione andranno i brand, e di fatto, la moda. Da un lato, Silvana Armani assume la guida di Giorgio Armani Privé, raccoglie l’eredità dello zio Giorgio trasformando il rigore in un abbraccio femminile e quotidiano; dall’altro, Matthieu Blazy entra nell’atelier più mitizzato di Francia, Chanel, e lo spoglia di ogni sovrastruttura per cercarne l’essenza tra stormi di seta; mentre Jonathan Anderson trasforma Dior in un laboratorio alchemico dove la natura si fa scultura. Per tutti restano le stesse domande di fondo: come si eredita senza replicare? Come si innova senza rompere?
La risposta più convincente arriva, neanche a dirlo, da chi conosce la couture da vent’anni, e non solo dal tavolo da disegno ma dal corpo che la abita. È infatti il lavoro di Silvana Armani a imporsi come il più riuscito, il più necessario, il più contemporaneo. In un calendario della Couture dominato da uomini, è l’unica donna al timone a firmare la collezione più solida non per quota simbolica, ma per sguardo: pragmatico, consapevole, profondamente femminile. Se Chanel e Dior costruiscono mondi – fiabeschi o alchemici, popolati da metamorfosi animali e botaniche – Armani sceglie la via più difficile: riportare la couture nella vita. Trasformare il rigore in un abbraccio quotidiano, vincere la costrizione senza rinunciare all’eleganza, dimostrare che l’eredità non è imitazione ma responsabilità. E che oggi, più che mai, l’alta moda può essere leggera solo quando smette di pesare sul corpo.
Silvana Armani: quando la couture smette di essere una gabbia
La sfilata Giorgio Armani Privé primavera-estate 2026 si apre con un gesto che vale più di mille dichiarazioni: un tailleur pantalone. Niente abito da sera, niente rituale da gran soirée. La couture entra subito nel tempo del giorno, nello spazio dell’uso. È una scelta programmatica, prima ancora che di stile. Qui si capisce tutto. Silvana Armani debutta alla guida di Privé dopo quarantacinque anni di lavoro accanto allo zio e lo fa in punta di piedi, ma il suo tocco c’è e si vede, proprio come è stato nei giorni scorsi per Leo Dell’Orco con l’Uomo. Non porta una rivoluzione rumorosa, ma un riequilibrio profondo. La sua è una couture pensata da una donna per le donne, con la consapevolezza di chi quegli abiti li ha indossati davvero. Non c’è desiderio di costringere il corpo, ma di accompagnarlo. La bellezza non è più sacrificio, non è un’ideale assoluto. È portabilità, movimento, durata. I pantaloni tornano e ritornano, studiati al dettaglio con pence sartoriali che donano morbidezza senza “sporcare” la silhouette, tradotti in chiffon, organza, cady. Le giacche si svuotano di struttura senza perdere autorevolezza e si fanno sempre più blusa, maglia. I bustini sono in seta impalpabile e dialogano con tagli maschili, le tuniche si aprono rivelando linee precise, gli abiti a colonna si muovono grazie a drappeggi intelligenti. È una couture chiara, fluida, pulita e luminosa: “A Giorgio sarebbe piaciuta”, dice Silvana Armani nel backstage con un sorriso di soddisfazione.
Il verde giada attraversa la palette come un filo simbolico – armonia, equilibrio, valore che non ha prezzo – insieme a rosa polverosi, bianchi lattiginosi, neri grafici. L’Oriente, da sempre parte del vocabolario Armani, non diventa scenografia ma eco: micro-ricami di lanterne, ventagli suggeriti, cravatte in organza che alleggeriscono il tailoring. Quando arrivano cristalli e ricami, non irrigidiscono mai la superficie. Si posano, ondeggiano, danzano con il corpo. Restano tattili. C’è continuità, certo. Ma c’è anche uno sguardo diverso. Se Giorgio Armani tendeva all’archetipo, Silvana guarda al corpo reale, al gesto quotidiano, al comfort come forma di lusso. È una couture che non chiede distanza per essere credibile. E proprio per questo convince. È qui che l’eredità smette di essere peso e diventa strumento. E alla fine la sfilata si chiude con un colpo di teatro: in passerella esce Agnese, la modella prediletta dal signor Armani, con indosso un abito da sposa, una delle ultime creazioni disegnate dallo stilista piacentino: Silvana l’ha realizzato e l’ha messo in chiusura, riprendendo una tradizione della couture che qui mancava da tempo.
Matthieu Blazy: Chanel, la leggerezza come fuga dalla realtà
Dalla misura silenziosa di Armani si passa al bosco incantato del Grand Palais, dove Chanel pianta funghi monumentali e salici rosa. Ma il vero incantesimo, come Mathieu Blazy chiarisce subito, non è il set. È il lavoro. “L’alta moda è la vera anima di Chanel”, dichiara. E lo dimostra spogliando la maison dei suoi emblemi più ovvi per riportarla a un punto zero: l’essenza della donna Chanel. Letteralmente. Il tailleur d’apertura non recita il tweed, lo distilla. Mousseline di seta, trasparenze, organze assemblate con taglio chirurgico. La storica catena resta cucita nell’orlo: peso segreto, memoria funzionale. La collezione è un esercizio magistrale di alleggerimento. Piumaggi evocati senza piume, volumi costruiti con plissé, ricami, intrecci. Il dialogo tra flou e tailoring diventa una coreografia di mani, con i savoir-faire dei laboratori le19M a tenere tutto insieme. Oggetti intimi – una lettera, una boccetta di N°5, un rossetto – diventano tessuto, gioiello, dettaglio interno che si fa esterno. Anche l’iconica borsa si svuota e si fa trasparente e inconsistente. Blazy cita un haiku giapponese: “Uccello sul fungo / la bellezza mi colpisce / e già se ne va”. La bellezza come attimo, come fragilità. E infatti qui tutto sembra sospeso, etereo: anche quando appaiono canotta e jeans (in realtà tutti fatti di mousseline), la favola resta concreta.
Jonathan Anderson: Dior come laboratorio vivente
Con Jonathan Anderson, la couture Dior diventa una wunderkammer, una stanza delle meraviglie dove tutto è possibile. Non un museo, ma un luogo di sperimentazione continua. La natura è ovunque: fiori che scendono dal soffitto, conchiglie tradotte in silhouette, fauna e flora trasformate in costruzione sartoriale. Non decorazione, ma struttura. Anderson utilizza tessuti del XVIII secolo, li ricompone, li mette in dialogo con maglie tecniche, sete grezze, plissé estremi. Le forme nascono da un lavoro quasi antropologico sul volume: abiti che si attorcigliano, gonne che diventano bolle, silhouette che ricordano birilli, fiori, organismi marini. È una couture tattile, complessa, volutamente rischiosa. Il riferimento alla natura non è estetico ma concettuale: come la couture, anche la natura evolve, resiste, si trasforma. “È una forma di conoscenza in via di estinzione che sopravvive solo attraverso la pratica“, fa sapere la maison. Crearla significa proteggerla. Anderson non cerca neutralità – impossibile da Dior – ma innesta il suo linguaggio in una storia stratificata, accettando il confronto con chi lo ha preceduto. Il risultato è potente, a tratti spiazzante, e conferma che la couture è l’unico spazio dove la moda può ancora permettersi di perdersi: non a caso alla sfilata è presente anche John Galliano, storico direttore creativo della Maison che negli anni ’90 ha scritto una pagina di storia della moda con le sue creazioni ardite e fantasmagoriche, chiamato da Anderson a “bollinare” il suo lavoro, quasi volesse inserirsi nel solco da lui tracciato.