Moda e Stile

Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore

A Milano la prima sfilata uomo curata da Leo Dell’Orco dopo la morte di Giorgio Armani: codici intatti, ritmo nuovo, dettagli più liberi

di Ilaria Mauri
Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore

Nel seminterrato di via Borgonuovo tutto sembra al suo posto: le poltroncine color sabbia, la passerella bianca, la musica ritmata e leggermente esotica, quel modo armaniano di costruire un’atmosfera più che uno show. Eppure la prima riga della giornata è un’altra: questa è la prima sfilata uomo della maison dopo la scomparsa di Giorgio Armani, ed è la prima firmata interamente da Leo Dell’Orco. Il cambio di mano si percepisce subito, con chiarezza. Ma la scelta è altrettanto evidente: continuità massima, con un punto di vista nuovo. Il titolo, “Cangiante“, è già una dichiarazione di metodo: restare riconoscibili e, allo stesso tempo, cambiare a seconda della luce. Non con rotture, ma con scarti sottili. È esattamente quello che accade in passerella: i codici di Giorgio ci sono tutti, ma l’aria è leggermente diversa, più fresca, meno levigata, con un margine di imperfezione controllata che rende l’insieme più attuale.

Alla vigilia della sfilata Leo Dell’Orco aveva spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che il signor Armani aveva deciso da tempo l’assetto: Silvana per la donna, lui per l’uomo. E aveva raccontato quei dialoghi privati in cui Giorgio gli chiedeva, anche quando tutto era già avviato, “ce la fai Leo? Ti diverti?“. Nella stessa ricostruzione Dell’Orco ha messo a fuoco la macchina creativa: il lavoro quotidiano, le squadre “validissime e importanti”, e la continuità garantita da un gruppo che lavora insieme da anni. In questo quadro si inserisce anche Gianluca Dell’Orco, suo nipote e braccio destro: “Ce l’ho nel cuore“, ha detto, ricordando che è arrivato giovanissimo alle sfilate e che oggi, a 54 anni, porta con sé una formazione costruita accanto a Giorgio, ma anche una fiducia familiare, “casa”, una spalla.

La collezione: l’Armani di sempre, ma con una nuova luce

La grammatica resta Armani: sartoria fluida, comfort come forma di eleganza, rigore senza durezza. Il cambiamento sta nell’intonazione. La collezione lavora su superfici che catturano la luce, su contrasti più evidenti fra opaco e brillante, su un’idea di colore che non alza la voce ma si prende più spazio di prima. Accanto ai grigi, ai blu e ai neri profondi che sono l’alfabeto storico della casa, entrano tonalità controllate ma decisive: verde oliva, blu lapislazzuli, viola ametista. Non sono colori “forti” nel senso tradizionale: spesso sono cangianti, iridescenti, si vedono davvero quando il modello cammina e il tessuto si rivela sotto i riflettori. È qui che il titolo smette di essere un concetto e diventa un fatto. I materiali seguono la stessa logica: velluti e ciniglie che assorbono la luce, sete con una brillantezza mai metallica, crêpe che scivolano senza rigidità, cashmere garzati e lane battute che danno struttura senza irrigidire, pelli opache che tengono insieme l’idea di lusso discreto e funzionalità. Anche quando l’abbigliamento si sposta verso registri più tecnici o da tempo libero, il baricentro resta lo stesso: un guardaroba pensato per durare e per essere abitato.

Le silhouette si muovono tra due poli: precisione sartoriale e morbidezza. Le giacche restano centrali, ma spesso sembrano meno “finite” nel senso classico, più vissute: spalle più rilassate, volumi leggermente più ampi, pantaloni over che scendono con naturalezza e si chiudono in basso senza costringere. I cappotti hanno un ruolo forte: larghi, in movimento, indossati con la stessa disinvoltura di un blazer, sopra camicia e cravatta o sopra maglie sottili e leggere. È un Armani che non perde la sua autorità, ma la rende meno cerimoniale. Tra i dettagli più riconoscibili: camicie con scolli a V sotto i completi, pullover d’angora morbidi, cappelli dalla tesa larga e floscia che spezzano l’idea di perfezione, accessori ridotti all’essenziale. E poi un passaggio significativo sull’idea di guardaroba condiviso: in passerella compaiono anche look femminili costruiti sugli stessi pezzi degli uomini, come a ribadire che l’eleganza armaniana è sempre stata, prima di tutto, una questione di attitudine e linee, non di genere.

C’è anche un inciso che funziona come pausa narrativa: l’après-ski entra senza diventare “capsule” gridata, più come estensione naturale del comfort di casa Armani. In questo segmento spicca il cardigan jacquard geometrico nato dalla collaborazione con Alanui, declinato al maschile e al femminile: un innesto riconoscibile, ma inserito dentro una costruzione coerente. Il finale torna alla sera: il nero resta nero, ma si accende di note preziose. Anche qui, senza spettacolo: più un cambio di temperatura che un cambio di identità.

Il parterre e il saluto finale

In prima fila ci sono volti noti e trasversali, da Ricky Martin a Gianni Morandi. Ma il momento che sposta davvero l’asse è il saluto: Leo Dell’Orco esce per l’inchino e poi chiama accanto a sé il nipote Gianluca Dell’Orco. È un gesto semplice e molto leggibile: non un uomo solo al comando, ma una continuità di squadra e di casa, messa in chiaro davanti al pubblico. Se Giorgio Armani era famoso per un auto-editing ferreo, qui si avverte una libertà leggermente maggiore: più materia, più movimento, qualche ripetizione in più, ma anche una vitalità che ha senso in un primo capitolo. Il punto, in fondo, è tutto nell’equilibrio: non c’è nessuna voglia di “fare il nuovo” contro il passato. C’è invece un’idea più ambiziosa e più difficile: dimostrare che Armani può restare Armani anche quando la mano è diversa, e che proprio quella differenza, se governata, può diventare futuro.

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