Cinema

Sentimental Value – Lo straordinaria performance di Stellan Skarsgård in un dramma familiare di intensa vulnerabilità

Nel nuovo film di Joachim Trier l'attore offre un'interpretazione mozzafiato, dando vita a un regista egocentrico e tormentato, mentre esplora il conflitto emotivo e artistico con le sue figlie in un racconto di crepuscolare intimità familiare

di Davide Turrini
Sentimental Value – Lo straordinaria performance di Stellan Skarsgård in un dramma familiare di intensa vulnerabilità

Allo Stellan Skarsgård/Gustav di Sentimental Value, oltre a una dozzina di primi piani impressionanti e silenziosi, che stenderebbero tre quarti del star system maschile cinematografico del Novecento, si deve una battuta epocale in questi tempi grami di cinema standardizzato e serializzato: “Non si scrive Ulisse (di Joyce, ndr) giocando a calcetto e occupandosi dell’assicurazione dell’auto”. Insomma, Gustav è un artista vampiro, egomaniacalmente demodé, donnaiolo (con classe), regista cinematografico oramai anziano, probabilmente al suo ultimo film. Gustav è anche stato (soprattutto?) un padre assente. L’occasione di reincontrare dopo molto tempo le due figlie – l’attrice teatrale affermata, depressa e single Nora (Renate Reinsve) e la più bonaria, materna con prole Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) – è quella delle esequie della ex moglie morta che si svolgono nell’ampia casa norvegese che appartiene a Gustav da generazioni e dove la ex moglie ha svolto per decenni il lavoro da psicanalista, con le bimbe che ascoltavano di nascosto i pazienti aprendo un’antica stufetta nella sala da pranzo.

Sentimental Valuemolto apprezzato dall’Academy con nove nomination, anche quella come miglior film – si apre con fresca magniloquenza, e si chiude con un sottile artificio, con la macchina da presa di Joachim Trier che esplora e descrive in rapida successione temporale lo spazio familiare di questa casa, premendo l’osservazione su dettagli metaforici (le crepe strutturali nei muri; la casa è “più felice quando è vuota o piena?”), per un’unità di luogo che in realtà non è così autorevolmente pregnante, omogenea e continuativa nell’economia delle due ore e 13 minuti di film. Insomma, non siamo dalle parti di Fanny e Alexander di Bergman (anche se la ricerca di profondità di campo tra una stanza e l’altra attraverso i corridoi viene timidamente tentata), ma di un racconto al quale questo centro di gravità drammaturgico serve come serbatoio di benzina a cui attingere spesso senza mai impiccarsi in esso.

Del resto, le crepe, in primis, tra Gustav e Nora, una sorta di blackout affettivo per entrambi, si sviluppano in più luoghi e anzi deflagrano concretamente in altri spazi, come il teatro o in quel ristorante dove Gustav incontra la figlia e da una sportina di plastica estrae il copione del nuovo film dove vuole come protagonista proprio Nora. La ragazza è però irremovibile. Non si presterà mai ai voleri paterni. Anzi, il rigetto è qualcosa di violento e profondo. Tanto che Gustav, invitato al festival di Deauville per una retrospettiva sul suo cinema, viene avvicinato dalla giovane star hollywoodiana Rachel Kemp (Elle Fanning), commossa e attratta dopo aver visto un vecchio film di Gustav, che diventerà così interprete proprio del suo nuovo progetto.

Sentimental Value procede a piccoli, costanti, mai melodrammatici strappi, con la tensione familiare da una parte e la pre-produzione del film di Gustav che si girerà proprio nella casa di famiglia, da lui ora eletta a dimora e spazio di lettura del copione con Rachel. Inutile continuare nella descrizione della trama, perché è chiaro che Sentimental Value corre verso un climax risolutivo fin dal primo sguardo tra Gustav e Nora, tra Nora e Agnes, e ancor di più tra Gustav e Agnes.

Per questo, il film di Trier va analizzato ed apprezzato in questa sua curiosa, affascinante stratificazione di conflitti e ostacoli, di asperità e storture, mai realmente totalizzanti tra il triangolo di protagonisti. In questo graduale delicato svolgimento in tenue crescendo sentimentale ed emotivo sta tutta l’originalità di scrittura, e di qualche ingenuità di stile (i brani musicali ruffiani), di Trier (allo script con Eskil Vogt). E va anche aggiunto che, al di là di una bravura quasi imbarazzante di Skarsgård nel mostrare talvolta anche solo con impercettibili nuance dello sguardo la vulnerabilità del narcisismo del suo personaggio, non si può che parteggiare evidentemente per Gustav. Nell’abisso della sua clamorosa assenza fisica dalla famiglia, del suo vampirizzare familiari in scena (anche Agnes recitò per lui e ora vuole pure il nipotino attore), ha comunque depositato più o meno scientemente briciole della propria umanità e del proprio singolare amore verso le figlie dentro al vortice di un cinema – il suo – che sa di crepuscolare e struggente specchio della propria intimità.

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