Crime

“Rapita da un ‘profeta’, pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe più voluta”: i nove mesi d’inferno di Elizabeth Smart e il ritorno alla vita nel nuovo docufilm di Netflix

Dal rapimento in camera alla prigionia nel bosco: la testimonianza shock nel nuovo documentario Netflix che ripercorre l’incubo di Salt Lake City

di Redazione FqMagazine
“Rapita da un ‘profeta’, pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe più voluta”: i nove mesi d’inferno di Elizabeth Smart e il ritorno alla vita nel nuovo docufilm di Netflix

“Avevo la sensazione che stesse per arrivare la fine”. Con questa dichiarazione Elizabeth Smart descrive, a oltre vent’anni di distanza, l’inizio della sua prigionia. Rapita a 14 anni dalla sua camera da letto a Salt Lake City il 5 giugno 2002, Smart è oggi un’avvocatessa impegnata nel sostegno alle vittime di violenza sessuale. La sua storia, segnata da nove mesi di abusi e fanatismo religioso, torna al centro dell’attenzione pubblica con il documentario Netflix “Kidnapped: il caso Elizabeth Smart”.

La notte del sequestro e l’ombra del “profeta”

L’incubo ha inizio nelle prime ore del mattino, nel quartiere di Federal Heights. Brian David Mitchell fa irruzione nella stanza che Elizabeth condivide con la sorella Mary Katherine, allora novenne. La bambina assiste alla scena, immobile per il terrore: vede un uomo armato di coltello minacciare la sorella. “Se urli, ti uccido”, le dice. Solo alle 4 del mattino Mary Katherine trova il coraggio di avvisare i genitori, che inizialmente non le credono fino a quando non notano la finestra della cucina aperta e la zanzariera tagliata. Il rapitore non è uno sconosciuto: è Mitchell, un ex collaboratore domestico assunto mesi prima dalla famiglia per rastrellare le foglie. Mitchell, espulso dalla congregazione mormone perché convinto di essere un profeta, agisce insieme alla moglie, Wanda Barzee. Sotto lo pseudonimo di “David Immanuel”, l’uomo dichiara di aver ricevuto da Dio il compito di rapire sette ragazze. Elizabeth è la prima della lista.

Nove mesi di abusi: “Pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe più voluta”

Condotta per quattro miglia nel bosco in camicia da notte, Elizabeth viene portata in un accampamento isolato. Qui inizia un calvario fatto di violenze sessuali ripetute, precedute da un finto rito nuziale. “Venne verso di me e mi abbracciò, indossava una lunga tunica bianca e un copricapo“, ricorda Smart nel documentario. “Mi tolse le scarpe e mi lavò la terra dai piedi. Poi mi fece togliere il pigiama e mi diede una tunica come la sua”. La prigionia è scandita da torture psicologiche: Mitchell le mostra quotidianamente gli articoli di giornale che parlano delle ricerche e la incatena a un albero per impedirle la fuga. “Provavo molta vergogna, mi sentivo sporca e pensavo che se la mia famiglia fosse venuta a sapere cosa era accaduto non mi avrebbero più voluta”, racconta la donna evidenziando il trauma subito.

Gli errori investigativi e il colpo di scena

Le indagini iniziali si concentrano su Richard Ricci, un pregiudicato che aveva lavorato per gli Smart, nonostante i dubbi della piccola Mary Katherine. Ricci morirà per un ictus prima di poter rispondere alle accuse. Un’altra occasione persa si verifica nell’agosto 2002: fermati in una biblioteca pubblica, i rapitori convincono un agente di polizia che Elizabeth, velata e silente, sia loro figlia e che il suo abbigliamento sia dettato da motivi religiosi. La svolta arriva nell’ottobre 2002, quando Mary Katherine riconosce la voce del rapitore in quella dell’ex operaio “Immanuel“. Nonostante lo scetticismo iniziale della polizia, i genitori diffondono un identikit che porta al riconoscimento di Mitchell da parte dei suoi stessi parenti.

Il ritrovamento e la giustizia tardiva

Nel marzo 2003, Elizabeth convince i rapitori a tornare in città, sostenendo che fosse il volere di Dio. Fermata dalla polizia a Sandy, a sud di Salt Lake City, la ragazza mantiene inizialmente un atteggiamento cauto per paura delle ritorsioni dei suoi carcerieri. Alla domanda del poliziotto “Sei Elizabeth?”, lei risponde in modo evasivo: “Tu lo dici“. L’agente interpreta correttamente il segnale e la mette in sicurezza, permettendole di ricongiungersi con la famiglia. Il percorso giudiziario è durato dieci anni, rallentato dai dubbi sulla sanità mentale di Mitchell. La condanna definitiva arriva solo nel 2010: ergastolo per Mitchell, attualmente detenuto in un penitenziario di massima sicurezza nell’Indiana, e 15 anni per Wanda Barzee, rilasciata nel 2018.

Oggi Elizabeth Smart è madre di tre figli e una voce autorevole per chi ha subito traumi simili: “Voglio che i sopravvissuti sappiano che non sono soli”, conclude. Il suo caso ha portato anche a un cambiamento legislativo concreto: lo Stato dello Utah ha sostituito il Rachael Alert con l’Amber Alert, il sistema nazionale di allerta per i minori scomparsi.

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