“A causa dell’agricoltura moderna oggi il vino viene prodotto legalmente, ma fatto in cantina con 200 lieviti aromatici. Come la chirurgia estetica che riproduce la bellezza, ma non ha nulla a che vedere con lo charme, col fascino”. I lettori diranno: ancora un’altra perorazione del vino non convenzionale. Si certo, ma questa volta non è una chiacchiera qualunque. Qui si tratta di Nicolas Joly, pioniere della viticoltura biodinamica che ha aperto vigne, menti e spazi commerciali a produzione e vendita di un vino il più naturale possibile. A margine del Convivium Renaissance che si sta svolgendo a Roma, in una lunga intervista rilasciata a Repubblica, Joly ha ricordato ancora una volta, e se ce ne fosse ancora bisogno, che il vino industriale più che vino proveniente dalla terra e dalla vigna è un’invenzione molto artefatta proveniente da lunghe elaborazioni in cantina.
Joly ha 81 anni e nel 1981, dopo aver lavorato come banchiere squalo dentro la JP Morgan, torna definitivamente tra i filari di vite di famiglia nella valle della Loira, a Savennières, utilizzando la metodologia rivoluzionaria della biodinamica che porta a compimento nel 1984. Sono gli anni in cui in Italia, pensate un po’, si alza talmente il gomito sulla “correzione” chimico industriale nel vino che scoppia lo scandalo del vino al metanolo con morti e feriti sul campo e a seguire l’ostinato mantra che comunque tutto va bene madame le vigneron. “È come aiutare un luogo a esprimersi in modo che in cantina non ci sia quasi più nulla da fare. Aiutarlo ad esprimersi in modo che tutto avvenga naturalmente”, spiega pressappoco la biodinamica applicata al vino monsieur Joly.
“Abbiamo distrutto l’espressione del luogo e si è costretti a ricreare in cantina un gusto che sia buono, ma che non abbia nulla a che fare con la denominazione”. Insomma quando bevete vino che non è biodinamico o naturale state bevendo una bevanda inventata, che tradisce l’uva e il suo territorio, che spinge sull’artificio chimico standardizzato (e spesso confermato come gusto superiore dagli enologi di grido) per inseguire il mero profitto industriale. Nei sette ettari di Clos de la Coulée de Serrant del resto si producono in media tra sulle 20mila/25mila bottiglie. Un numero ovviamente limitato, ma come dire, a misura di quello che la terra può realmente offrire senza l’aiuto di uve provenienti da chissà dove. “Andavo controcorrente”, ricorda Joly a Repubblica.
“’Suo figlio sta distruggendo la vigna, è drammatico’, era il tono delle telefonate allarmate che ricevevano i miei genitori, ma loro si fidavano di me. In realtà non avevo capito che stavamo distruggendo molti interessi economici nel settore agroalimentare”. Ora annotate bene: “Al 90% il vino si fa in vigna, anche il 92%”. Il vitigno è Chenin Blanc e parecchie questioni tecniche e filosofiche le potete trovare in La vigna, il vino e la biodinamica, pubblicato da Slow Food editore nel 2008, e scritto da Joly stesso.