Federica Torzullo, i genitori di Carlomagno saranno risentiti. I 9 minuti di permanenza del padre nella via del delitto
Le indagini sul femminicidio di Federica Torzullo non si fermano con la confessione del marito Claudio Carlomagno, né con la convalida del suo fermo. I genitori dell’uomo sono stati convocati per una nuova audizione dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Ostia. L’obiettivo è fare chiarezza su alcuni aspetti cruciali, in particolare sull’arma del delitto e sugli spostamenti del padre dell’indagato. Ieri i pm dopo aver assistito all’interrogatorio davanti al gip avevano parlato di “Zone d’ombra”.
La sosta del padre
La presenza del genitore dell’indagato in via Costantino la mattina dell’omicidio rimane un punto oscuro. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il suocero di Federica è stato visto fermarsi nei pressi della casa della coppia per nove minuti, tra le 7:08 e le 7:17, proprio nei momenti immediatamente precedenti al crimine. La sua versione dei fatti diventa fondamentale, in quanto potrebbe gettare luce su un possibile coinvolgimento, anche se non direttamente nell’omicidio. Gli investigatori stanno cercando di comprendere se la sua permanenza in via Costantino abbia un legame con l’omicidio, oppure se si tratti di una coincidenza. L’uomo, pur non essendo accusato, dovrà spiegare il motivo di quella sosta prolungata.
L’attenzione degli inquirenti si concentra anche sull’arma utilizzata per il delitto. Dopo aver ucciso la moglie a coltellate, una lama bitagliente, Carlomagno ha cercato di eliminare ogni traccia dell’omicidio, e proprio lungo questo percorso è emerso un elemento chiave: l’arma del delitto. Secondo la ricostruzione, il 9 gennaio, lungo la strada statale Braccianese, Carlomagno avrebbe gettato il coltello in un corso d’acqua, cercando così di cancellare le prove. L’identificazione dell’arma e la sua eventuale localizzazione potrebbero risultare determinanti per chiarire ulteriormente la dinamica dell’omicidio.
Le valutazioni della giudice per le indagini preliminari, Viviana Petrocelli, contenute nell’ordinanza di custodia cautelare di Carlomagno, sono particolarmente severe. Secondo la giudice, il comportamento dell’indagato evidenzia una condotta lucida. Dopo aver ucciso la 41enne, infatti, Carlomagno si è adoperato in modo sistematico per occultare il corpo della moglie, recandosi prima al cantiere di Prima Porta per prendere le chiavi dell’escavatore, quindi utilizzando un mezzo aziendale per seppellire il corpo in una buca. Successivamente, ha cercato di eliminare ogni traccia, lavando il cassone del veicolo e gettando il coltello nell’acqua.
La gip: “Aspetti poco chiari”
La gip ha sottolineato anche la violenza del delitto. Carlomagno, che aveva deciso di separarsi dalla moglie, avrebbe ucciso Federica dopo una discussione avvenuta nelle prime ore del mattino del 9 gennaio. La condotta di Carlomagno, per il giudice, dimostra una totale incapacità di autocontrollo, unita a una determinazione ostinata nel tentativo di ostacolare le indagini. Il pericolo di inquinamento probatorio e la possibilità che l’uomo – che ha sostenuto di aver pensato al suicidio – possa commettere altri reati simili sono tra i motivi che hanno portato alla conferma della sua custodia cautelare in carcere. Inoltre, la gip ha evidenziato che, pur avendo Carlomagno fornito una ricostruzione dettagliata degli eventi, alcuni aspetti restano poco chiari, in particolare riguardo a come sia riuscito a eliminare le tracce ematiche dalla casa in così poco tempo. Secondo il giudice, non si può escludere la presenza di altri elementi investigativi ancora da accertare.
L’indagato, “pur avendo fornito un racconto articolato volto a ricostruire la dinamica dei fatti, ha reso indicazioni generiche circa i plurimi accessi all’immobile situato in via Costantini nel corso della giornata del 9 gennaio 2026 non spiegando neppure come abbia potuto provvedere ad eliminare le tracce ematiche dall’abitazione in un arco temporale così ristretto come quello descritto e non può escludersi che vi siano ulteriori elementi e profili investigativi – si legge nell’ordinanza – da approfondire che potrebbero essere facilmente annullati da un’eventuale azione dell’indagato che se non adeguatamente contenuto, potrebbe intervenire manipolando e condizionando l’accertamento della verità e a fronte di tale quadro, unica misura idonea a garantire l’adeguata tutela delle esigenze cautelari è quella della custodia in carcere richiesta dal pm”.
Infine per la giudice “corretta appare la qualificazione giuridica operata dal pm in relazione al delitto di femminicidio delineato mediante l’introduzione dell’art. 577 bis che prevede la pena dell’ergastolo per ‘chiunque cagioni la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.