Non passa giorno che non si parli di Netflix. E dal quartier generale di Los Gatos, in California, ne saranno di certo contenti. Anche quando una celebre star come Matt Damon li prende parecchio in giro. Intanto aggiorniamo il capitolo acquisizione Warner, perché Netflix segna un punto eroico a proprio favore per bocca di Ted Sarandos. Il CEO del colosso dello streaming ha infatti affermato nei giorni scorsi che le uscite dei film in sala, eventualmente prodotte tra un anno dalla Warner, quindi probabilmente da Netflix, non correranno il rischio di rimanerci troppo poco.
Intervistato dal prestigioso New York Times, Sarandos ha spiegato che non ha acquisito la Warner per distruggerla ma perché vuole essere “re del box office”. Quindi niente paura. I film targati Warner in un futuro prossimo non rimarranno in sala solo 17 giorni, bensì per 45. “Quando questo accordo si concluderà, possederemo un motore di distribuzione cinematografica fenomenale, che genera miliardi di dollari di incassi che non vogliamo mettere a rischio. Gestiremo quell’attività in gran parte come lo facciamo oggi, con finestre di 45 giorni”, ha spiegato il baldanzoso CEO di Netflix.
“Vi sto dando una cifra precisa. Se vogliamo continuare a operare nel settore cinematografico, e lo stiamo facendo, saremo persone competitive: vogliamo vincere. Voglio vincere il weekend di apertura. Voglio essere il re del botteghino”. Pazienza se qualcuno ha sollevato dubbi sulle intenzioni di Sarandos e dell’acquisto di Warner citando la sua celebre frase sui cinema “fuori moda”, perché da parte sua non c’era alcuna intenzione di sostenere che le sale sono morte, bensì sono solo scomode.
“Dovete citarmi in modo corretto”, ha sottolineato il boss all’intervistatore del NYT. “Dissi “fuori moda per alcuni”. Per capirci, la città (un paesino del Mississippi ndr) in cui si svolge la storia raccontata in I peccatori (un ottimo recente successo Warner) non ha una sala cinematografica. Per quelle persone la sala è già un concetto datato, perché non ti metti in macchina per andare al cinema in un’altra città. Ma mia figlia vive, ad esempio, a Manhattan e può arrivare a piedi a sei multisala. Va al cinema due volte alla settimana. Per lei non è affatto fuori moda”.
Insomma, tutto come prima. Tranquilli. Buffo però è stato Matt Damon che nelle scorse ore ha scherzosamente dileggiato le strategie creative standardizzate di Netflix, un po’ come fa Nanni Moretti nel suo ultimo film, Il sol dell’avvenire. Durante il programma Joe Rogen Experience per promuovere il suo ultimo film The Rip, targato proprio Netflix, Damon ha riflettuto in modo apparente scherzoso alla costruzione narrativa di un film prodotto da Netflix. Damon ha spiegato che gli spettatori che seguono i film in streaming a casa hanno “un livello di attenzione diverso” a quelli che vanno al cinema. Dietro le quinte, ha spiegato Damon sorridendo, si discute spesso del fatto che “nei dialoghi la trama va ripetuta tre quattro volte per tenere conto del fatto che gli spettatori sono sempre al cellulare”.
Battuta? Sì e no. Perché poi Damon ha caricato ulteriormente: “Il modo standard per realizzare un action movie è suddividere la trama in tre atti e investire la maggior parte del budget nelle scene d’azioni risolutive del terzo atto. Invece (sul set Netflix ndr) ti chiedono di poterne fare una grossa già nei primi cinque minuti in modo che lo spettatore rimanga incollato allo schermo senza distrarsi”. E se si crede che le affermazioni di Damon fossero estemporanee e dettate dall’ironia, in studio da Rogen, con la co-star di The Rip, Ben Affleck si è acceso un dibattito proprio sulle formule preconfezionate per creare film in streaming. Tanto che Affleck ha perorato la causa formalmente anticonformista della miniserie di Netflix, Adolescence, mentre Damon l’ha giudicata “un’eccezione”.