Roger Dutilleul ci fa accomodare nel salotto di Rue de Monceau: in quel naufragio di tele e cornici, Picasso e Modigliani sono appesi l’uno accanto all’altro, gli acrobati di Léger oscillano nella sala da bagno; i frammenti esplosi del cubismo raccontano la nascita di un tempo nuovo. Dutilleul iniziò a collezionare a trent’anni e non lo fermò la morte nel 1956, perché continuò per lui il nipote Jean. Agli inizi della carriera non aveva le disponibilità per acquistare i postimpressionisti e l’amato Cézanne; ma intuì un sentore affine nell’avanguardia di due giovani sconosciuti, tali Braque e Picasso, di cui divenne il primo mecenate. Collezionò senza dogmi né preconcetti, acquistò d’istinto, supportando artisti emarginati ed emergenti che il mondo non era pronto ad accogliere. Quando il suo sguardo si posava sulle loro tele, la vita ordinaria, quella degli appuntamenti e delle fabbriche, diventava per un attimo straordinaria – e la solitudine pesava meno, in un mondo che girava inesorabile sui cardini della Storia.
Dutilleul lasciò in eredità la collezione al nipote Jean Masurel che, insieme alla moglie, la integrò allineandosi ai gusti dello zio – Fernand Léger, Georges Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Lanskoy e pittori autodidatti, come André Bauchant e Bernard Buffet. I coniugi la donarono alla città di Lille e nel 1983 nacque il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq, immerso nel verde e nella contemporaneità. Riprende il dialogo avviato negli ultimi anni dalla Fondazione Bano con le istituzioni museali di fama internazionale: è il momento del LaM – Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut -, dal quale provengono le 65 opere dei 30 artisti d’avanguardia esposte nella mostra di Palazzo Zabarella a Padova curata da Jeanne-Bathilde Lacourt e aperta al pubblico fino al 25 gennaio.
Il fil rouge è inconsueto e per questo affascinante: la mostra Modigliani Picasso e le voci della modernità segue l’intuito di Roger Dutilleul e la ricerca del nipote Jean, virtù innata che non si impara né si compra. Niente sovrastrutture, nessuna teoria, solo sensazioni: è questa una mostra da attraversare senza lasciarsi abbagliare dai grandi nomi, con lo stesso sguardo appassionato e istintivo con cui Dutilleul ha attraversato la storia dell’arte del Novecento. La modernità in cui ha creduto è corale – cubista, surreale, astratta, naïf – e si lascia comprendere prestando ascolto a tutte le voci in cui si (s)compone.
Il moderno frana dal Sacro Cuore di Montmartre che Braque ha fatto esplodere nel 1910, assume uno, nessuno, centomila volti quando diventa la Donna con cappello di Picasso, grigia come la cenere ancora fumante delle macerie della Guerra. Ha il volto robotico della donna ‘tubista’ di Léger che riceve fiori d’acciaio – forse dall’uomo che fuma nel dipinto accanto – e la guarda innamorato, per quanto possa esserlo un cuore di ferro; nella testa del musicista di Mirò suonano tutte le note del mondo. Modernità significava anche trasformare il disagio in visione, deviare in percorsi alternativi alla scoperta dell’anima più selvaggia e mistica del secolo breve: ecco allora la presenza di Jean Dubuffet in mostra, che nel 1945 abbracciò con il termine Art Brut l’arte esclusa dal circuito ufficiale, le opere realizzate negli ospedali psichiatrici da persone emarginate e autodidatte.
E poi c’è lui, il protagonista del “Museo personale” di Dutilleul, Amedeo Modigliani: lo aveva ritratto sei mesi prima di morire, quando nel soprannome Modì era marchiato il suo destino (maudit). Dipinse anche lui senza pupille – ironia della sorte – nonostante il mecenate fosse stato tra i primi a vedere davvero la meraviglia nell’arte del giovane livornese. Le sei tele della grande sala da ballo di Palazzo Zabarella avvolgono l’osservatore con i colori pastosi della nostalgia, in un abbraccio di sguardi velati che parlano lingue lontane, sospesi tra classicità, primitivismo, arte egizia, rinascimentale e africana. Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi: e gli occhi senza pupille dei suoi soggetti sono finestre di mondo interiore che si affaccia ma non si mostra, identità fragili, maschere incompiute. Nella dolcissima Maternità del 1919, gli occhi della piccola Jeanne in braccio all’ultima compagna di Modigliani sono inondati di cielo.
Cos’è la modernità? Per Dutilleul la contingenza ha significato presenza: occhi, cuore, anima del collezionista erano lì, presenti in prima linea, in vera ‘avan-guardia’, davanti alla bellezza dell’opera e al suo messaggio. Prima che il mondo si accorgesse di loro e li consacrasse al successo, Dutilleul c’era: aveva incontrato quei giovani artisti, li aveva guardati negli occhi, li aveva ascoltati. Si circondò delle loro opere per poter “incrociare di nuovo i loro sguardi” anche quando loro non c’erano più, per poterli interrogare sul presente, sul passato, sul futuro. E insieme lo hanno annullato quel tempo che voleva a tutti i costi essere moderno e lo hanno trasformato in eterno presente. Come la scultura mobile di Calder che apre il percorso: nulla sta fermo, tutto resta.