C’è chi il 19 gennaio si sveglia come tutti gli altri giorni e chi invece sente addosso un peso indefinito, una stanchezza che non è solo fisica, un umore che fatica a rimettersi in moto dopo le feste. Da circa vent’anni questo malessere diffuso ha un nome mediatico: “Blue Monday”, indicato come “il giorno più triste dell’anno”. A fissarlo, nel 2005, fu Cliff Arnall, psicologo allora associato alla Cardiff University, che elaborò una formula capace di mescolare fattori come clima, debiti post-natalizi, calo della motivazione e buoni propositi già naufragati. Un dettaglio poco ricordato è che quella formula nacque su commissione di Sky Travel, un’agenzia di viaggi britannica, nell’ambito di un’operazione di marketing. Negli anni il Blue Monday è stato ampiamente contestato dalla comunità scientifica per l’assenza di basi empiriche e di validazione metodologica. Eppure, continua a tornare, puntuale, nel racconto pubblico. Forse perché, al di là dell’etichetta discutibile, intercetta un disagio reale che attraversa molte persone in alcuni periodi dell’anno e in alcune fasi della vita.
L’esperta: “Ufficializzare la tristezza normalizza il disagio”
Ma perché narrazioni così fragili continuano a funzionare e a essere interiorizzate come se descrivessero qualcosa di vero? “È un po’ l’effetto e di conseguenza il risultato delle narrazioni condivise. Il successo del Blue Monday risiede nella sua capacità di dare un nome a un’esperienza soggettiva comune – spiega Elisa Caponetti, psicologa -. La mente umana detesta l’incertezza e il vuoto; preferisce una spiegazione pseudoscientifica piuttosto che un’assenza di spiegazione. Sentirsi ‘giù’ a gennaio può far sentire soli o inadeguati. Sapere che esiste un giorno ‘ufficiale’ per la tristezza normalizza il disagio. Le persone pensano: Non sono io che non funziono, è la giornata. Chiunque, a metà gennaio, può vivere una malinconia invernale o vedere dei buoni propositi che vacillano. La formula di Arnall non fa altro che elencare stati emotivi in cui è statisticamente probabile rispecchiarsi”.
Il peso delle parole sull’umore
Dire pubblicamente che esiste “il giorno più triste dell’anno” può amplificare il disagio psichico? “Si, in questi casi gli stati d’animo e le emozioni si amplificano e autorinforzano e questo vale sia per quelli positive che per quelli negativi. È un po’ la profezia che si autodetermina. Definire oggi il Blue Monday può innescare nella mente umana un meccanismo di suggestione e focalizzazione selettiva: se mi sveglio convinto che oggi sarà una giornata psicologicamente pesante, il mio cervello cercherà attivamente conferme a questa tesi, ignorando i segnali positivi. Il rischio è di confondere una naturale fluttuazione dell’umore o una stanchezza stagionale con una condizione clinica. Alla fine, quando etichettiamo un’emozione fisiologica come la tristezza, rischiamo di non viverla più come un segnale da ascoltare, ma come un ‘guasto’ da riparare”.
Dall’etichetta alle risposte concrete
Al di là del Blue Monday, può avere senso usare questa giornata come pretesto per parlare in modo serio e non sensazionalistico di depressione, ansia, burnout e solitudine? Quali segnali dovrebbero spingerci a chiedere aiuto? “Sicuramente è importante spostare l’attenzione dal ‘giorno’ alla ‘durata’ e all’’intensità’ di questi stati d’animo. Dovremmo chiedere aiuto quando la tristezza non è più un episodio passeggero ma diventa una costante che compromette il funzionamento quotidiano. È sicuramente molto importante prestare attenzione alle sensazioni, imparando a leggere segnali specifici: la perdita di interesse per ciò che prima dava piacere, le alterazioni del ritmo sonno-veglia come insonnia o ipersonnia, cambiamenti significativi dell’appetito e, soprattutto, la tendenza a isolarsi drasticamente dal mondo esterno”.
Chiedere aiuto è normale
Suggerimenti pratici per affrontare questi cali d’umore? “Quando non siamo di fronte a una patologia ma a quei momenti di umore basso che caratterizzano le fasi di fragilità, una strategia efficace è quella dei micro-obiettivi: non guardiamo all’intera settimana, ma alla prossima ora. Portare a termine un compito piccolo e tangibile restituisce un senso di efficacia immediato.
Non sottovalutiamo poi l’aspetto biologico: il movimento fisico aiuta a regolare i livelli di serotonina e a contrastare l’apatia invernale. Parallelamente, suggerisco spesso una sorta di ‘igiene digitale’: nei giorni di malinconia, il confronto con le vite filtrate e perfette dei social può amplificare il senso di inadeguatezza. Meglio staccare il telefono e recuperare una dimensione relazionale autentica. Infine, è importante sdoganare l’idea che dallo psicologo si vada solo in emergenza. La psicoterapia è uno spazio di manutenzione del proprio benessere, utile anche solo per imparare a stare nelle proprie zone d’ombra senza esserne sommersi. Imparare a chiedere aiuto, insomma, non è un segno di resa, ma il primo passo verso una gestione consapevole e matura della propria vita emotiva”.