Inutile girarci attorno. In La grazia c’è quella cosa vibrante, profonda, personalissima, che oltre ai carrelli verso il vuoto, Sorrentino si porta dietro da L’uomo in più, facendola riemergere ogni tanto oltre la superficie dello stile. Nostalgia, dolore, fallimento, fatica di vivere. E il contenitore che la conserva si chiama poetica. Sorrentino però non la spiattella mai realmente sul naso facendo male allo spettatore (quando l’ha fatto con È stata la mano di Dio abbiamo urlato al capolavoro). Tutta l’enfasi espressiva del made in Paolo è come una cortina fumogena (molti la amano, altri la detestano) per covare continuamente sotto la cenere quell’anima inquieta, triste, depressa che ad esempio in La Grazia riaffiora. De Santis/Servillo, e ve lo dovrete mettere in testa subito, più che il robotico amato Draghi vive la lacerante incertezza di Lino Banfi in Spaghetti a mezzanotte: la sua amata moglie gli ha fatto le corna? E proprio per questo, in maniera ben poco “tecnica”, le scelte del presidente De Santis sono tutt’altro che ponderate, ma molto di pancia, anzi di cuore: il suo. Una grazia, del resto, non verrà concessa proprio perché quell’assassino che la chiede, secondo il Mariano che di problemini sentimentali in famiglia sembra averne avuti, non ha mai amato la donna che ha comunque ucciso.
Cinema
Esce La Grazia di Paolo Sorrentino: sei cose da leggere prima di andare al cinema
L'undicesimo film del 55enne regista napoletano, esce nelle sale in queste ore con tutta la sua rassicurante mattarelliana estetica presidenziale. Protagonista del film è Mariano De Santis (Toni Servillo, meritata coppa Volpi a Venezia 2025)